Il Caffè Mediterraneo – Intervista a Nino Bartuccio

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In Foto – I Volontari del Servizio Civile Garanzia Giovani – Progetto  “Vivere Insieme” e il Dott. Nino Bartuccio.

Oggi siamo con Nino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi e sotto scorta dal 2010, da alcuni definito “sindaco coraggio” per essere stato il primo sostenitore della legalità a Rizziconi; il primo cittadino che senza paura ha denunciato i soprusi e gli affari illeciti che da anni ostacolavano l’amministrazione locale e le influenze che dirigevano dall’esterno le fila del paese e ogni aspetto della vita quotidiana, dagli appalti per le pulizie per i rifiuti, sul piano regolatore per finire alle assunzioni degli “amici”.

 

  1. Nell’ aprile 2014 il Comune viene sciolto, paradossalmente, per volere del clan locale che veicola la sfiducia al Sindaco da parte della sua stessa maggioranza, con la progressiva dimissione forzata di tutti i componenti del Consiglio Comunale. Quali sensazioni ha provato e come ha reagito nel momento in cui si è visto abbandonato da tutti e ha constatato il fallimento del suo progetto politico improntato alla legalità?

Se parliamo di sensazioni quella che ho provato di più è stata l’amarezza di non essere riuscito a raggiungere quell’obiettivo ma soprattutto il dispiacere per ciò che avevo perso. Il periodo del mio mandato è stato un anno di grande sacrificio. Ho sottratto molto tempo al mio lavoro di commercialista e alla mia famiglia per dedicarlo alla mia gente e alla collettività. E si è trattato di una significativa porzione di tempo della mia vita. Purtroppo non potevo fare niente per recuperare quel tempo e ridarlo alla mia famiglia e al mio lavoro.

Tuttavia a distanza di anni, con il senno di poi, devo riconoscere una cosa. Dopo la conclusione delle indagini che sono state fatte su quelle vicende, oggi posso affermare che nonostante il senso di afflizione che ho provato in quei momenti, quel mio prezioso tempo non è stato affatto sprecato.

 

  1. Lei ha avuto un ruolo decisivo all’interno dell’operazione «DEUS» denunciando gli ‘ndranghetisti e i retroscena ambigui e poco trasparenti dell’amministrazione. Dal 4 giugno 2014 è divenuto testimone di giustizia e nello stesso giorno sono scattati i primi arresti clamorosi. Quali sono stati i fattori che l’hanno portata a questa decisione onerosa che ha cambiato per sempre la sua vita e quella dei suoi famigliari?

Noi non possiamo parlare di nobili principi quali legalità e giustizia se poi, nell’istante in cui tocca a noi in prima persona l’opportunità di metterli in atto, ci rifiutiamo di farlo. I fattori e le motivazioni che mi hanno portato alla mia decisione, che non dovrebbe essere nulla di straordinario, anzi dovrebbe essere normale, sono stati dettati dal mio senso del dovere.

Nel momento in cui bisognava agire, ho riflettuto abbastanza perché ho pensato alle difficoltà, a ciò che sarebbe potuto accadere e al pericolo potenziale e imminente.

Ci sono la paura, tante variabili e tante circostanze che si intromettono nelle decisioni. Tuttavia c’è un pensiero dominante che non potevo ignorare: era giusto farlo ed era mio dovere farlo.

Io decisi di candidarmi anche se non pensavo a una vittoria e mai avrei sperato in un esito positivo. Non avevo la certezza che sarei diventato il nuovo Sindaco di Rizziconi.

Una persona che si candida per diventare Sindaco deve sapere che, se gli dovessero capitare delle situazioni spiacevoli simili alla mia o anche diverse, deve fare il proprio dovere. Il Sindaco è il primo cittadino e deve dare il buon esempio, dovrebbe far ciò che fanno tutti i cittadini onesti e perbene, i quali compiono quotidianamente il proprio dovere.

Provate a immaginare un aspirante poliziotto, carabiniere o militare che tenta il concorso per accedere alla professione o a qualsiasi altro giovane che desideri entrare a far parte delle Forze dell’Ordine il quale però affermi:«io non porterò mai un’arma con me».

Per un poliziotto, nello specifico, portare l’arma è un dovere perché deve difendere i cittadini; è funzionale e utile al suo lavoro e quindi non può non farlo. Se un cittadino desidera aiutare il prossimo in maniera pacifica, non armata e non violenta può farlo tramite attività di volontariato o partecipando al Servizio Civile Nazionale ma, certamente, non nelle Forze dell’Ordine perché altrimenti dovrà agire seguendo le regole che gli verranno imposte. Di riflesso, un Sindaco sa che nel momento in cui si presenterà la ‘ndrangheta di fronte a lui con delle richieste o delle pretese, dovrà denunciare. Non c’è un’altra possibilità, non può fare diversamente.

Ora vorrei rivolgermi ai giovani e ai miei coetanei con aspirazioni e ideali politici.

Dovete ben ponderare il tutto prima. Non candidatevi, non andate a fare i sindaci se non riuscite a farcela, se sapete a priori che non farete mai una cosa del genere, che non denuncereste mai la ‘ndrangheta. Non dovete candidarvi senza onestà interiore e con scarse velleità d’azione altrimenti, a quel punto, sarete anche voi colpevoli e collusi con la criminalità organizzata.

 

  1. Quali sono i valori e i modelli ai quali si appella per andare avanti e superare gli ostacoli e le difficoltà di ogni giorno?

Le difficoltà di ogni giorno sono molteplici. Io trovo la forza più grande nella mia straordinaria famiglia. Ho una moglie eccezionale, due figli meravigliosi, un padre e una madre i quali nonostante la loro età e il loro modo di pensare mi sono stati vicini sin dal primo istante senza abbandonarmi mai, condividendo pienamente tutto ciò che ho fatto. Quindi i modelli da seguire e i valori principali mi sono stati trasmessi da loro.

Devo dire che loro sono la mia forza più grande; lo sono ancora. È pericoloso dirlo, non dovrei perché i nemici potrebbero apprendere questa notizia e usarla per distruggermi. Del resto in parte lo hanno già fatto perché non tutti i miei famigliari sono rimasti accanto a me e alla mia famiglia.

Sembrerebbe addirittura che alcuni si siano schierati “dall’altro lato”. Mi riferisco ad alcuni parenti con i quali avevo un legame molto stretto. Mi è pesato tantissimo quell’allontanamento ma ormai me ne sono fatto una ragione.

È stato difficile.

Oltre alla famiglia, due dei valori ai quali mi appello sono la giustizia e l’onestà.

Questo sacrificio è capitato a me e lo devo sopportare.

Posso citare una massima che non ricordo a memoria, ma di cui ricordo il senso generale e che ho fatto mia: – Ci sono nella vita cose che ti capitano e neanche le vorresti, ma accadono. E tu devi fare una scelta obbligatoriamente perché nel momento in cui sono capitate, la tua vita è comunque cambiata e tu devi scegliere cosa fare. E la tua scelta, nel momento in cui andrai a farla, potrà avere due strade, cambiare la vita in meglio o in peggio– .

Quindi è capitato a me. Bene. Sopporterò questo peso e andrò avanti perché sicuramente alla fine il sacrificio mio e dei miei familiari sarà molto più utile agli altri di quanto lo sarà a noi stessi.

 

  1. Dal 2010 ha pagato l’amore per la legalità e la denuncia delle ingiustizie al prezzo di una parte significativa della sua libertà personale quotidiana e di quella della sua famiglia. Con il senno di poi e alla luce delle conseguenze dei cambiamenti avvenuti, rifarebbe tutto quanto?

Per filo e per segno. Non cambierei neanche una virgola. Non mi fermerei neanche sapendo le conseguenze. Io non sapevo cosa sarebbe accaduto e che la nostra vita sarebbe cambiata così radicalmente. Tuttavia io voglio continuare a guardare mia moglie e i miei figli negli occhi; non avrei potuto fare qualcosa di diverso da quello che ho fatto.

Anche Gesù disse: «Signore allontana da me questo calice se puoi».

Ma ha dovuto prendere ugualmente quel “calice” metaforico, in quanto ha dovuto sopportare la Crocifissione. Ugualmente io mi sono assunto le mie responsabilità.

 

  1. Chi ha il coraggio di denunciare e combattere a testa alta in nome della legalità e delle regole viene definito “sbirro e infame” nel lessico mafioso. Quali sono le vere “infamità” che affliggono il nostro territorio? Come pensa si possa superare questa fase storica di ristagno culturale?

I veri infami sono gli ‘ndranghetisti.

Sono infami coloro che rubano il futuro ai nostri figli e anche il presente dei nostri giovani, il nostro presente e il nostro futuro.

È a causa delle loro infiltrazioni che la Calabria versa in pessime condizioni di dissesto cronico per quanto riguarda la sanità e le infrastrutture. Tutti questi delinquenti lucrano sui servizi che lo Stato dovrebbe offrire e fanno in modo che questi ultimi poi non possano funzionare.

Si parla di “sbirro” probabilmente riferendosi alle Forze dell’Ordine che in realtà sono composte da persone che fanno il proprio dovere per garantire la nostra e la vostra sicurezza nonché la libertà personale. Se noi possiamo vivere qui (mi riferisco alla mia famiglia in particolare) una vita quasi normale, riusciamo a farlo proprio grazie a coloro che i mafiosi e gli ‘ndranghetisti definiscono “sbirri”.

Si può superare questa fase storica di ristagno culturale solo attraverso la cultura. Bisogna fare delle iniezioni endovena di cultura. Occorre eliminare le sacche di ignoranza e diffondere la conoscenza di storie vere, bisogna parlare di questo male. È necessario parlare tantissimo della ‘ndrangheta, della mafia in generale e della cattiva politica e, di conseguenza, dei politici corrotti.

Noi tutti insieme dobbiamo riuscire a parlare della mafia e far conoscere le drammatiche ripercussioni della sua presenza all’interno della nostra società con incontri di sensibilizzazione nelle scuole con i ragazzi che diverranno i giovani e gli adulti di domani.

Bisognerebbe fare chiarezza intorno alle definizioni di “ndranghetisti” e del loro operato. Usando dei termini anche molto forti definirei questi ultimi i veri “infami”, delle bestie prive di dignità. Sono “uomini” che per una “tumanata di livari” come si dice qua da noi ammazzano senza pietà persone innocenti e persino dei bambini, come è tragicamente avvenuto in passato.

Sono uomini senza alcun onore. Ecco, questi sono gli infami.

 

  1. Secondo Lei i semi positivi che ha gettato hanno messo radici e dato dei frutti a Rizziconi oppure è tornato tutto come prima, la quiete dopo la tempesta, come se nulla fosse successo?

No, assolutamente no. Non è come se nulla fosse successo.

All’inizio, all’indomani degli arresti, avevo la sensazione che il mio sacrificio fosse stato quasi inutile.

La prima domenica in cui siamo andati a messa la gente usciva dalle navate laterali o ci passava davanti abbassando gli occhi per non salutarci.

Lì ho avuto attimi di sconforto totale.

Parenti che si allontanavano, amici scomparsi, ma poi ho capito che si trattava di paura.

Io e tutta la mia famiglia abbiamo dovuto trovare la forza perché era difficile rimanere a Rizziconi in quel clima teso. Mentre passeggiavo o andavo al supermercato le persone che avevo incontrato solo il giorno prima abbassavano gli occhi e non mi salutavano. A volte riuscivo con fatica a incrociare lo sguardo di qualcuno e salutare ma per tutta risposta quel qualcuno si girava dall’altro lato senza neanche rispondermi.

Sono state sensazioni bruttissime. Resistere è stata la nostra forza.

Il nostro atto di coraggio non si è rivelato al momento di denunciare, ma nel decidere dopo di rimanere qui.

Il 4 giugno del 2010 il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria mi ha proposto di trasferirmi con tutta la mia famiglia in una località segreta, cambiando identità e entrando in un programma di protezione con degli aiuti economici e altro. Io mi sono spaventato. Per me è stata una notizia inaspettata dal momento che pensavo di non avere fatto niente di male per dovermene andare e quindi rifiutai.

Sentivo di voler rimanere qui a tutti i costi. Non ho mai pensato che la soluzione migliore fosse andarmene.

Abbiamo insistito e adesso le cose sono molto diverse. Tanta gente che prima aveva paura a vederci, salutarci o incontrarci temendo che potesse esplodere da un momento all’altro una bomba vicino a noi adesso si avvicina senza timore a stringerci la mano e a conversare tranquillamente.

Nonostante il trauma di quella famosa domenica, siamo andati ugualmente a Messa la domenica seguente. E qualcuno ci ha salutato. E così anche il giorno successivo e via via in occasione delle feste di paese, in macelleria, al bar. Alla fine la gente si è abituata a vederci; si è abituata a questa nuova “normalità” pensando paradossalmente: «Allora questa persona non ha fatto niente di male se è ancora qui; allora forse ha ragione; forse siamo noi che stiamo sbagliando».

Io rimango qui.

Per motivi di sicurezza che al momento non posso dirvi, posso confermare che un piccolo germe è stato piantato. Certo, non è stato per merito mio ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Così come diceva Madre Teresa di Calcutta, ho provato a gettare una piccola goccia d’acqua nell’oceano.

Dobbiamo tenere presente che l’oceano è immenso e composto da moltissime gocce e pertanto ognuno dovrebbe fare la propria parte attraverso il proprio onesto contributo.

 

 

  1. In che tipo di società futura pensa che vivranno i suoi figli e i giovani della nostra Terra? Quale esempio di responsabilità umana e senso civico pensa di lasciare, con il suo atto di coraggio, ai giovani e anche alle nuove generazioni?

In merito alla prima parte della domanda, è difficile dare una risposta. Per quanto concerne la seconda, posso parlarvi della speranza.

Non so come sarà il futuro. È difficile prevederlo. Io sono convinto che fenomeni di criminalità organizzata quali la ‘ndrangheta e la mafia in senso lato prima o poi spariranno.

Non so con quali tempistiche, perché e come accadrà ma sento che spariranno perché non appartengono al corso naturale della vita civile. Ci sarà la ribellione degli uomini di fronte all’arroganza, alla prepotenza, al male e a tutti i suoi derivati.

Io spero che i giovani riescano a capire e interpretare nel migliore dei modi il loro posto nella società e il ruolo che avranno nella vita scegliendo sempre la giustizia.

Ho accettato di partecipare alla trasmissione Cose Nostre andata in onda l’8 luglio su Rai 1 perché la mia storia deve essere portata a conoscenza di un pubblico più ampio per avere un valore umano esemplare. Raccontare ciò che è accaduto a Rizziconi mentre io ero Sindaco e far sapere ai ragazzi ciò che ho fatto, corrisponde a una profondo senso del dovere.

Noi dobbiamo infrangere questo mito, dobbiamo sgretolare i muri dell’indifferenza.

Deve passare questo concetto fondamentale di “normalità”. Non dobbiamo pensare alle persone che fanno il proprio dovere come a dei supereroi.

 

  1. In questa sua battaglia per la legalità molti lo hanno sostenuto con fermezza mentre altri si sono dileguati in sordina. Il 24 marzo 2016 ha finalmente affrontato ufficialmente la sua testimonianza contro il clan dei Crea nell’aula bunker del tribunale di Palmi, alla presenza della moglie, degli avvocati e di alcuni imputati e ha confermato le accuse che hanno fatto scattare l’operazione «DEUS». A sostenerla in rappresentanza di Avviso Pubblico, l’Associazione tra comuni per la lotta alle mafie, c’era Michele Tripodi Sindaco del Comune di Polistena, da anni operativo nella lotta alla criminalità e impegnato in campagne di solidarietà collettiva e sensibilizzazione della rete sociale. Erano presenti inoltre i ragazzi del coordinamento di Libera della Piana di Gioia Tauro, i rappresentanti dei Lions, , il Presidente della Commissione Regionale Antimafia Arturo Bova e i sindaci di alcuni comuni della Piana. Come pensa si concluderà il processo?

Questo è difficile dirlo. Posso dire che non ho fatto un passo indietro di un solo millimetro. Ho confermato tutto quello che ho detto anche a distanza di anni. È un bene ricordare tutto dettagliatamente per i fini processuali ma sono cose angoscianti che fanno male e che vorrei non ripercorrere se non durante il processo quando dovrò testimoniare. Io mi auguro che in conclusione i colpevoli siano condannati a una giusta pena e che questa sia certa.

Se crediamo nella giustizia dobbiamo accettarla fino in fondo. Se gli imputati dovessero essere assolti anche in terzo grado, dal momento che esiste un tribunale legittimo di questo Stato che delibera per un’assoluzione o per una condanna , noi dobbiamo accettare entrambe allo stesso modo.

Noi tutti dobbiamo confidare soltanto nella giustizia e nel suo compimento.

 

  1. Quali progetti ha in serbo per il futuro? Le interessa ancora la politica o auspica di attivarsi nel sociale e in altri ambiti collaterali?

Per quanto riguarda la politica, è dovere di ciascun cittadino interessarsi della cosa pubblica e dell’amministrazione. Solo se intendiamo la cosa pubblica come parte integrante di ciascuno di noi potremo amministrarla come se fosse un nostro bene. Dobbiamo concepire la politica come un’attività quotidiana, dobbiamo cercare di partecipare alle scelte politiche, essere vicini a chi ci rappresenta e orientarli.

Mi arrabbio e rispondo a tono quando persone oneste e perbene che potrebbero dare un forte contributo ai nostri paesi e all’Italia si tirano indietro in modo disinteressato. Questa è ignavia.

La politica è il presente e il futuro dei nostri figli. Occorre essere attivi, propositivi.

Per quanto riguarda i miei progetti futuri in politica, con molta serenità posso affermare che non intendo candidarmi nuovamente come Sindaco di Rizziconi né come consigliere ma non è detto che non possa cambiare idea in futuro. Non intendo fare politica in prima persona, non per motivi di ignavia bensì per ragioni di sicurezza personale dato che potrebbe risultare molto pericoloso esporsi nella mia situazione. Forse non avrei neanche le risorse fisiche, materiali e temporali per potermi dedicare a un progetto a pieno regime. Si dice che solo gli stupidi non cambino mai idea e perciò confido nel fatto che le condizioni attuali migliorino.

Ho intenzione di continuare a svolgere la mia professione di commercialista a Rizziconi. Ho sempre maturato l’idea di allargare i miei orizzonti e pertanto sogno di aprire un mio studio a Roma o Milano.

 

  1. Noi volontari del Servizio Civile Nazionale-Garanzia Giovani con il progetto «Vivere Insieme» abbiamo come obiettivo eliminare forme di razzismo ed emarginazione e favorire l’integrazione degli immigrati nel territorio polistenese. Quali soluzioni o interventi propone per attuare un processo reale di integrazione e osmosi interculturale?

Questa è una domanda complicata o meglio la risposta è difficile.

Per l’integrazione bisogna intervenire in collaborazione con coloro che desiderano integrarsi. Non facciamo l’errore di pensare che dobbiamo integrare solo gli extracomunitari ai polistenesi e ai calabresi; dovremo integrare anche i calabresi e, in senso lato gli italiani, agli extracomunitari. Dovrebbe trattarsi di un’azione bidirezionale anche se gli stranieri presenti sono una minoranza. Non ho una soluzione immediata al problema ma è chiaro che bisogna ridare a queste ingenti “masse” di disperati che partono da scenari di guerra innanzitutto la dignità di uomini.

Se non viene concesso loro il minimo indispensabile, se non viene data la possibilità di lavorare, di essere autosufficienti e di contribuire alla crescita economica e sociale del Paese verranno sempre visti dagli altri come un peso quando invece potrebbero rappresentare una risorsa umana di forza-lavoro. Difatti spesso si prestano a svolgere lavori umili e sottopagati che nessuno vorrebbe fare e per giunta in condizioni disumane e di sfruttamento.

Io credo che una reale ed effettiva integrazione sia fattibile creando condizioni di lavoro plausibili e dignitose. Alcuni spesso dicono per pura demagogia e becero populismo che non c’è lavoro per gli italiani perché viene rubato dagli immigrati ma la realtà sociale è molto più eterogenea e complessa. Dobbiamo creare condizioni di lavoro per tutti, sia per gli italiani indigenti e poveri che per gli stranieri che scappano dalla guerra. Non possiamo limitarci a fare della beneficenza occasionale. Non basta consegnare un pacco di viveri di prima necessità ma dobbiamo impegnarci un po’ di più attraverso le politiche sociali sul lavoro e per risolvere l’emergenza della disoccupazione giovanile. Nel momento in cui l’immigrato ha la possibilità di lavorare e di mantenersi è chiaro che potrà regolarizzare la sua posizione. Dobbiamo arginare i fenomeni di sfruttamento quali ad esempio il caporalato. Io credo che l’ltalia stia agendo bene in questo senso e in particolar modo i cittadini calabresi nei quali lo spirito di accoglienza e la solidarietà sono innati.

Noi dobbiamo riconoscere l’uguaglianza universale tra gli uomini e concedere di conseguenza agli immigrati giunti in Italia l’opportunità di avere i nostri stessi diritti e doveri. Questa agognata integrazione deve avvenire secondo i principi filantropici della solidarietà, del dialogo e della mediazione interculturale. Dobbiamo imparare noi stessi a conoscere loro e loro a conoscere noi. Questa è la cosa più importante. La cultura deve proporre scenari inediti aperti alla conoscenza indiscriminata di tradizioni, religioni, usi, costumi diversi e profondamente lontani dalla nostra cultura Occidentale