Il caffè Mediterraneo – Intervista al Tenore Francesco Anile

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In Foto – I Volontari del Servizio Civile Garanzia Giovani – Progetto  “Vivere Insieme”, il Maestro Francesco Anile e l’ Assessore Valentina Martello.

Continua la rubrica del Caffè Mediterraneo a cura dei volontari di Servizio Civile nazionale del Comune di Polistena per il progetto “Vivere insieme”. Il secondo appuntamento è con il Maestro Francesco Anile, con il quale abbiamo intrattenuto una bellissima conversazione sui temi della musica, della cultura e dell’integrazione.

  • Francesco Anile, diplomato in clarinetto, in canto, dapprima baritono, poi tenore, vincitore di vari premi, ha cantato nei più prestigiosi teatri del mondo, da Il Cairo a Seul, dal Teatro La Scala di Milano al Metropolitan Opera di New York. Ormai è un artista di fama internazionale. Ci può raccontare le sensazioni e le emozioni che hanno accompagnato il suo debutto all’ estero?

Cantare in teatri importanti è una esperienza che gratifica molto perché, nonostante gli anni di esperienza e la padronanza dei meccanismi e delle funzioni del teatro, quando mi affaccio nel panorama internazionale sono sempre un po’ titubante e un po’ preoccupato per quello che potrebbe succedere. C’è sempre una grande emozione perché, quando si sta su un palcoscenico, ci deve essere necessariamente una notevole emozione. Si tratta tuttavia di una tensione controllata, che riusciamo a gestire solo parzialmente. La nostra emotività arriva alla soglia dell’80% circa, oltre la quale non possiamo andare perché altrimenti rischieremmo di compromettere la nostra prestazione. Mentre cantiamo dobbiamo emozionare, altrimenti non avrebbe senso fare la nostra esibizione davanti al pubblico; allo stesso tempo, dobbiamo cercare un compromesso equilibrato tra tecnica e sentimento.

  • Per lavoro lei ormai ha visto e vissuto in molti Paesi del mondo. Cosa prova quando torna a Polistena, il Paese in cui è nato e cresciuto?

È una forma di libertà e anche un modo per riappropriarsi della propria terra, della propria gente, del saluto caloroso quando ci si incontra; si arriva in piazza e ci si conosce tutti, si scambiano due chiacchiere,  le proprie sensazioni e qualche battuta. Ovviamente quando sono in giro per il mondo faccio parte di una piccola o grande comitiva, a seconda del posto in cui ci troviamo, ma si tratta sempre di persone “estranee” conosciute in quel momento e frequentate sino alla fine di quel dato progetto lavorativo. Generalmente si tratta di relazioni a compartimenti stagni. Dovendo stare quindici giorni insieme nello stesso luogo, si forma un gruppo composto da una cerchia di colleghi con i quali mi trovo bene (alcune volte benissimo, altre meno), ma si tratta di rapporti temporanei. È una soluzione professionale che ha un inizio e una fine.Quando torno a casa faccio un respiro profondo, di sollievo perché sono con i miei concittadini e ritrovo una piacevole sensazione di benessere.

  • Il «made in Italy», all’estero, è sinonimo di qualità negli ambiti della cucina e della moda. È lo stesso per il mondo della Lirica?

Purtroppo il mondo della Lirica è molto più apprezzato all’ estero che in Italia, questa è la verità. Io ho visto e vissuto scene che forse in Italia si sarebbero potute vivere cinquant’ anni fa. Mi riferisco per esempio all’ attesa del pubblico alla fine dello spettacolo operistico: solitamente, alla conclusione dell’Opera gli spettatori vanno via, ma in alcuni Paesi come il Giappone, la Corea e la Russia a volte aspettano che io mi cambi, finisca di struccarmi ed esca. Le persone aspettano gli artisti all’ uscita per fare anche solo una foto con loro.In Giappone ho assistito a un episodio strepitoso. Dopo la recita noi artisti eravamo stati invitati a una cena, un buffet all’ interno del teatro stesso, che però ci ha rubato un sacco di tempo. Dopo ben tre ore di attesa, quando siamo usciti, c’erano ancora delle persone ad aspettarci fuori per farsi una foto con noi. Dopo tre giorni di programmazione della recita sono nuovamente ritornati per farsi autografare la foto scattata precedentemente; una circostanza straordinaria che qui da noi non si verifica più da nessuna parte.In Corea invece esiste un’altra consuetudine. Con l’abito di scena, trucco e parrucco ci portano nella hall del teatro e ci fanno firmare autografi, fotografie e quant’ altro, ancora nei panni dei personaggi dell’Opera. Gli spettatori attendono con ansia di poter fare la foto con il personaggio in carne e ossa.

  • L’italianità è pertanto un modello di qualità molto apprezzato all’estero. Come esporta e vive la sua identità Calabrese? In una fase particolarmente delicata in cui l’immagine della Calabria viene offuscata da drammatici fatti di cronaca, come pensa possa essere riscattato e valorizzato il talento della nostra Terra?

Intanto sarebbe compito dei mass media mettere in risalto quello che di buono possediamo. Per me è loro la principale responsabilità: la pubblicità negativa che fanno alla nostra terra è una forma di autodistruzione, peraltro fuori luogo visto che all’ estero, per esempio, ci apprezzano molto. Quando io sono all’ estero non ho bisogno di specificare la mia origine; sono Italiano e tanto basta.

Se dicessi che provengo dalla Calabria molti non saprebbero neanche di cosa stia parlando. Forse se specificassi che la Calabria è quella regione che si trova di fronte alla Sicilia… allora qualcuno si ricorderebbe di questo pezzo di terra, altrimenti si generalizza tutto con il marchio “Italia”. Certamente l’immagine negativa esiste, però sta a noi artisti, in questo caso, riscattarla in qualità di persone oneste e modelli positivi, dimostrando con il nostro lavoro che in Calabria c’è molta operosità. Bastano poche parole. Quando e mentre canto dico già tutto. Penso questa sia l’immagine migliore e più genuina da mettere in risalto senza fare ulteriori retorica intorno all’ argomento. Si hanno infatti innumerevoli esempi positivi – non mi riferisco solo a me ovviamente: ci sono tantissimi registi, scenografi e giovani che operano in diversi campi, dalla scultura alla pittura, dalla danza e alla musica. Se i Media dessero più spazio e risalto a questa galleria di campioni positivi piuttosto che ai fattori negativi che pure, ripeto, ci sono, sarebbe un’immagine più produttiva, realistica e completa della nostra terra.

  • Come un gioco continuo di riflessi e rimandi di luce, in qualità di artista italiano interpreta con naturalezza i testi dando voce e vita a personaggi complessi e affascinanti e, per l’appunto, attraverso un’ottica anacronistica, “stranieri”. C’è un personaggio che Lei ha interpretato al quale è particolarmente affezionato?

Ce ne sono tanti (ride). Ogni volta che canto mi affeziono al personaggio che interpreto e amo dal profondo del cuore quello che faccio, altrimenti non riuscirei a fare questo lavoro. Nelle opere in cui canto purtroppo sono presenti tematiche anche molto attuali, come ad esempio il femminicidio, la gelosia, l’abbandono, l’uccisione della propria amata. Un buon esempio è proprio l’Otello di Verdi, in cui il demone della gelosia morbosa fa scattare l’ira e la follia omicida del condottierio contro Desdemona. In Pagliacci di Mascagni è per gelosia che Canio, intuendo che Nedda sta per andare via con Silvio, la blocca e la uccide tentando di farsi dire il nome dell’amante. Nella Carmen di Bizet, Don Josè non accetta di essere abbandonato da Carmen, che ribadisce con fermezza la propria libertà: «Libera sono nata e libera morirò» e proprio per questo verrà alla fine uccisa. Purtroppo queste tematiche sono attualissime e specchio della realtà nonché molto presenti nelle opere che io canto.

  • Ha fatto ormai il giro del mondo quello che è accaduto al Met di New York, dove da cover è passato a protagonista assoluto dello spettacolo dovendo sostituire lo sfortunato Antonenko. Avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe accaduta una cosa del genere? Come si è sentito a calarsi nella parte di Otello in modo casuale e inaspettato?

Come ho spiegato ai media americani, la parte più difficile è stata quella di non aver vissuto, per così dire, i primi tre atti durante i quali si verifica l’evoluzione psicologica del personaggio. All’ inizio Otello è un guerriero, un condottiero che ha vinto e che quando esordisce dicendo «Esultate! L’orgoglio musulmano / sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria! […]» sta invitando tutti a gioire per la vittoria sulla flotta turca ed è in procinto di trascorrere la prima notte di nozze a Cipro con Desdemona, della quale è profondamente innamorato. Dopodiché c’è una progressione verso la pazzia totale che porta alla morte di Desdemona. Se questo non si vive in un crescendo nel corso dei primi tre atti, è difficoltoso entrare psicologicamente nel quarto atto e, nell’ ottica di quello che sta per succedere, agire di conseguenza. Sono stato collocato in un angolo del palcoscenico a cantare da solo mentre Antonenko si muoveva sulla scena, facendo una sorta di playback in diretta. Il pubblico a un certo punto ha pensato a una trovata del regista, a una interpretazione metateatrale della follia di Otello, messa in scena sdoppiando il personaggio in due figure, lasciando un attore sul palco e un altro fermo all’angolo opposto – e non sarebbe stata neanche male come idea registica – soltanto che nella realtà si è trattato di una soluzione improvvisata e alla fine dell’opera è stato comunicato ufficialmente.

  • Quindi Lei era visibile al pubblico?

Quando Antonenko si è sentito male e ha comunicato la volontà di essere sostituito, gli assistenti sono venuti a chiamarmi in camerino. Ho accettato ma mi hanno comunicato l’impossibilità di cambiarmi con i costumi di scena per l’assenza dei sarti e vari problemi di logistica e tempistica (i vestiti si trovavano al quinto piano).  Avrei dovuto salire sul palcoscenico così com’ ero: in jeans e maglietta. Antonenko, che voleva cambiarsi e andar via, è stato bloccato e rispedito sul palco con il costume di scena, al fine di proseguire lo spettacolo in questa versione inedita, improvvisata e quasi tragicomica.In tutto questo trambusto non c’era stato il tempo di avvertire il maestro che aveva continuato a dirigere l’orchestra in scena.  Al momento di dare l’attacco per far cantare Otello, questi ha sentito improvvisamente provenire la mia voce fuori campo. L’espressione sbigottita del maestro che volgeva a più riprese lo sguardo dall’Otello sulla scena a me non ha eguali (ride di gusto). Anche il pubblico è stato colto di sorpresa perché io sono rimasto a lato del palcoscenico sulla destra mentre “l’altro” Otello si dimenava sulla scena; Desdemona cantava con lui ma a rispondere ero io: una situazione completamente assurda. Alla fine dell’opera, una volta calato il sipario, è stato annunciato che Antonenko stava male e il suo posto era stato preso tempestivamente dal tenore Francesco Anile. È noto che nel mondo del teatro possano capitare questo tipo di inconvenienti. Dal principio tutti erano preparati a una simile evenienza dato che da giorni si vociferava che Antonenko stesse poco bene, ma come altre volte in precedenza aveva continuato a cantare portando a termine l’opera. Invece alla fine del terzo atto è rimasto completamente senza voce e a un certo punto è stato necessario sostituirlo. La parte più difficoltosa non è stata il fatto in sé di cantare bensì di esprimere l’emozione e far rivivere attraverso la voce quei sentimenti. Interpretare l’azione, il movimento, la gestualità contribuisce a caricare la voce dell’emozione del gesto nel movimento e inoltre è importante avere di fronte un interlocutore al quale rivolgersi. A un certo punto, Otello, sul punto di ucciderla, dice a Desdemona: «Tu invano / ti difendi» creando una vera e propria colluttazione verbale, un incrocio di battute e parole che porterà alla morte violenta dell’amata. Se non si ha la fisicità e la presenza viva sulla scena, ricreare questi instanti fatali diviene estremamente complicato. Per fortuna quella sera tutto è andato per il meglio. Come ha detto anche il mio agente in America, se avessimo pensato a una trovata pubblicitaria simile non saremmo mai riusciti ad arrivare a tanto. Sono rimasto nella storia del Metropolitan Theatre per la singolarità di questa vicenda e direi che mi va più che bene. Dieci minuti dopo la fine dell’opera si è innescato un flusso mediatico senza precedenti. Mi hanno chiamato dalla direzione artistica del teatro per comunicarmi che c’erano delle testate giornalistiche che desideravano intervistarmi. Premettendo che io conosco un inglese di base, la prima intervista a caldo è stata telefonica ma me la sono cavata bene. In seguito, considerando le numerose richieste delle testate giornalistiche, sempre dal MET mi hanno chiamato per propormi l’idea di una conferenza stampa prevista per l’indomani. Difatti poi è stata realizzata l’intervista live che compare anche in rete e sul mio sito. Il Wanshington Post inoltre mi ha fatto uno straordinario servizio fotografico (oltre 50 foto) che ha funzionato alla grande.

  • Qual è il Paese, Italia a parte, dove secondo Lei si mangia meglio? E il peggiore?

(Ride) Partiamo dal peggiore: senza dubbio è l’India. Dopo dieci giorni che ero lì lavavo persino i denti con l’acqua minerale, cercavo di stare il più attento possibile dato che c’era la possibilità di avere problemi di stomaco. Ebbene ho avuto una dissenteria terribile. Non c’è modo di sottrarsi a questo destino. Quando ho chiamato il dottore mi ha diagnosticato immediatamente un virus, semplicemente auscultandomi la pancia, contrariamente a quello che accadrebbe in Italia, dove per un raffreddore ti fanno Tac e Risonanza Magnetica (ride). Mi piace molto conoscere la cultura dei popoli attraverso il cibo, per cui ho mangiato di tutto e di più, nei posti più svariati. Una volta ho mangiato, nel deserto della Siria, una carne buonissima, ma non chiedetemi che carne fosse perché non lo so neanche io (non l’ho nemmeno chiesto, temendo una risposta che mi avrebbe spiazzato), ma era davvero buona. Mi piace molto la cucina Orientale e in particolare quella Coreana, buona, non elaborata e ricca di cibi esteticamente belli. Corea e Giappone sono dei posti fantastici, mi piace molto l’Oriente. Per quanto riguarda il cibo, sono dei piatti poco elaborati, zuppe o della carne cucinata al momento. Ci sono addirittura dei tavoli, nei ristoranti, composti da un massimo di sei posti disposti a due a due, e al centro si trova una specie di piastra sul quale si cuoce la carne e di sopra una cappa che ne aspira il vapore. Anche in Russia ci sono dei cibi abbastanza interessanti, con sapori e spezie che noi non conosciamo ma buonissimi. Non potrei fare una classifica in Italia, dal momento che si mangia bene dappertutto e i cibi sono incredibili. Tuttavia anche all’ estero si mangia bene. Forse la cucina che ho meno gradito è quella Francese, in quanto meno ricca e meno interessante rispetto ad altre realtà.

  • Noi volontari del Servizio Civile del progetto «Vivere Insieme» abbiamo come obiettivo eliminare forme di razzismo ed emarginazione e favorire l’integrazione degli immigrati nel territorio polistenese. Lei cosa ne pensa di un tema così complesso e problematico?

L’integrazione è una bella parola ma bisogna capire se dall’ altra parte c’è l’interesse e la volontà di integrarsi. In noi Italiani è innata la cultura dell’accoglienza perciò non vedo nessun problema da questo punto di vista. Io mi sono trovato bene in ogni parte del mondo, ho parlato con persone di religione diversa quali musulmani, buddisti e tanti altri e inoltre nel mio ambiente esistono diverse realtà. Io parto da un principio generale che secondo me dovrebbe essere condiviso da tutti gli uomini, ossia avere rispetto per il prossimo e per la persona che si ha di fronte in quanto semplicemente essere umano. Gusti sessuali, culinari, orientamenti politici o religiosi non mi influenzano perché parto dal presupposto che davanti ai miei occhi si trova un essere umano da rispettare in tutta la sua essenza e dignità. La mia filosofia di vita è semplice e lineare: bisogna rispettare a priori gli uomini al di là delle inclinazioni personali e particolari. L’integrazione ci può essere e ci deve essere. Non si può pensare a una cultura alienante nel 2016. Io di recente sono stato a New York, crogiuolo totale di culture. Facendo una passeggiata per le strade della città e, in particolare sull’ isola di Manhattan, ho incontrato un campionario straordinario di persone appartenenti a etnie, razze e nazionalità diverse che convivono in modo assolutamente naturale. Lì, a mio avviso, si vive bene perché c’è il rispetto del prossimo senza alcuna discriminazione o preconcetto.

  • Ci sono opere che affrontano i temi dell’immigrazione o mandano un messaggio di tolleranza?

Ci sono opere mal viste e censurate o addirittura vietate. Per esempio, l’Otello è severamente bandito dai Paesi Arabi a regime teocratico. Ci sono delle opere che vertono su temi “discriminatori” e opere che mettono in scena azioni e vicende scottanti e coerenti con l’epoca di composizione. Mi viene in mente l’Alzira di Verdi, ambientata in Perù e concentrata sul popolo Incas. Per il protagonista la propria identità di indios diventa un fattore discriminante, degradante e limitante in quanto non può sposare la figlia di un nobile del quale è innamorato. Nelle opere spesso e volentieri si affrontano i temi della discriminazione e dell’emarginazione sociale, descritti in tutta la loro tragicità.

  • C’è un personaggio maschile che Lei ritiene particolarmente carismatico e da Lei interpretato?

C’è sicuramente Andrea Chénier, un personaggio eccezionale e realmente vissuto, ucciso durante la Rivoluzione Francese e poeta del suo tempo. È un personaggio molto carismatico che, in pieno clima rivoluzionario, fa un’invettiva contro una signorina che si era permessa di prenderlo in giro sull’ amore nel primo atto e contribuisce a infervorare gli animi di alcuni personaggi, quali Gérard.  Mentre Chénier, poeta, canta l’aria «un dì all’ azzurro spazio parlai profondo», proprio su queste parole un domestico di nome Gérard si emoziona a tal punto da cominciare un cammino che lo porterà a diventare uno dei capi della Rivoluzione. Tuttavia, sempre per gelosia (e per questioni di donne: Maddalena di Coigny era innamorata di Andrea Chénier e Gérard amava a sua volta la donna), Gérard fa imprigionare Chénier in modo da poter effettuare uno scambio di persona. Questo intreccio si ritrova spesso nelle opere come anche nella Tosca di Puccini. La caratura dell’Otello di Verdi è impressionante perché si tratta di un personaggio assolutamente carismatico e fragile. Quando ha una spada in pugno è invincibile e inattaccabile, ma senz’ armi rimane inerme. Quando si troverà immerso in un dilemma amoroso basterà un mero fazzoletto rubato da Iago a Desdemona per instillare nel suo animo il dubbio morboso della gelosia e trascinarlo nel gorgo senza ritorno di una cieca follia. La sua peculiarità, la sua forza risiedono nella prontezza di spirito al comando e nell’ autorevolezza nell’ impartire gli ordini ma nella sfera dei rapporti umani e delle relazioni amorose dimostra la sua inettitudine e debolezza. Ci sono numerosi personaggi connotati da questa scissione interiore.

  • Potremmo affermare che la grandezza del personaggio risiede proprio nella mancanza di perfezione e nelle sue debolezze?

Sicuramente. Verdi è stato un compositore che ha fatto venir fuori la fragilità umana paradossalmente mettendola in risalto. Un esempio emblematico è la Traviata, in cui la protagonista femminile, Violetta Valéry, era una prostituta che amava il lusso, i piaceri e avere diversi uomini ai suoi piedi, dotata di straordinaria bellezza, anche se in realtà era poco più che una giovane fanciulla, morta poi di tisi all’ età di soli ventidue anni. I signori benestanti, i signorotti amavano circondarsi della sua presenza. Quando nella sua vita irrompe Pietro Germont, che si innamora di lei dichiarandole il suo amore, inizia a vacillare dichiarandosi non predisposta a vivere amori seri, definendoli appunto «Follie, Follie». A un certo punto guardandosi allo specchio inizia a capire che è realmente innamorata di quel giovane. Abbandona tutto, la sua vita precedente per vivere con Pietro in campagna ma il padre di lui, in ossequio alle convenzioni ipocrite dell’epoca, si reca a parlare con Violetta per convincerla a lasciare il figlio, altrimenti l’altra figlia non avrebbe potuto sposarsi per la presenza di una donna di malaffare in famiglia.

  • Quali saranno i suoi prossimi impegni?

 A metà Agosto – Settembre tornerò a New York e poi al New York City Opera dovrò interpretare Pagliacci di Leoncavallo ma con una compagnia diversa da quella del MET. In seguito andrò a Tokyo dal 10 Ottobre per Iris di Pietro Mascagni e dal 25 sarò di nuovo a New York al Metropolitan per l’Aida di Verdi e infine tornerò in Italia il 3 Dicembre.

  • Quanto prova di solito?

Io ho un “repertorio fisso” di 25 opere. Oramai non provo più. Se ho qualche vuoto di memoria rileggo la mia parte e sono a posto. Bisogna essere pronti. Se domani mattina mi dovessero chiamare per cantare devo essere preparato. Se mi dovessero chiamare a cantare la Carmen di Bizet in francese, ci andrei senza problemi. Lo studio si fa prima.  Ci sono delle opere che interpreto più spesso, ma Iris è un opera peregrina che avevo cantato per l’ultima volta quattro anni fa nel 2012. Adesso, a Ottobre, prenderò in mano lo spartito una settimana prima e lo rileggerò. Si tratta semplicemente di tirar fuori l’opera dai “cassettini della memoria”. Un altro aneddoto. Non canto Carmen dal 2010, da ben cinque anni. A Genova l’anno scorso l’ho ripresa, ma mi mancavano i dialoghi. Esistono due versioni della Carmen. In una si interpretano dei dialoghi “parlati” interagendo sul palco senza musica e orchestra. L’altra versione invece prevede l’accompagnamento musicale dei recitativi. Io avevo imparato quelli con l’accompagnamento musicale in quanto è la versione maggiormente eseguita. A Genova invece hanno preferito la versione più “rara” e parlata e pertanto in tre giorni ho dovuto imparare tutti i dialoghi e devo ammettere che mi hanno aiutato molto lo smartphone e le app di traduzione. Registravo il testo e facevo training anche di notte. Così facendo però ho memorizzato soltanto la mia parte ma non sapevo cosa mi dicevano gli altri personaggi sulla scena (ride di gusto) e ogni volta ricominciavo daccapo il lavoro. È fondamentale imparare la propria parte e altresì conoscere quella degli altri personaggi per poter interagire attivamente.

  • Ha un cavallo di battaglia?

Non proprio. Nelle opere che canto, ho cercato sempre di attuare una sorta di “ripulitura” in modo da avere un repertorio specialistico e settoriale. Spero di cantare bene la mia parte e non ho nessun cavallo di battaglia in particolare anche se forse ho interpretato Pagliacci e Cavalleria Rusticana di Mascagni almeno un centinaio di volte ciascuna. Amo tutte le opere allo stesso modo. Non c’è una nota che non canti con tutto me stesso in Manon Lescaux e nella Turandot di Puccini… brividi sulla pelle sin dalla prima nota, dall’ inizio alla fine.  Ci si emoziona molto e, come ho detto all’ inizio, oltre un certo limite non si può andare altrimenti si rischia di far del “male” a se stessi. L’unica volta in cui ho pianto in scena è stato in una Norma di Bellini a Pavia. Ho letteralmente pianto lacrime amare. Il regista spingeva sempre di più la soglia del pathos in quanto sulla scena c’erano semplicemente quattro tagli di luce bellissimi, una scenografia minimale, e pertanto dovevamo essere noi artisti a creare il personaggio e cercare di caricarlo di emozione e azione. Quando la scenografia è spoglia, il pubblico ha gli occhi puntati sull’artista, centro focale del palcoscenico. È stato un gran successo. E così si piange anche… ma di emozione. Per fortuna, dopo non dovevo più cantare e mi sono lasciato andare, ma si è trattato di una mossa azzardata e rischiosa. Quando si sta sul palcoscenico si instaura un rapporto con il pubblico, anche se spesso la platea è al buio e si disperde in teatri grandi come il Met. Tuttavia quando volgi lo sguardo alle prime file sotto il palco noti l’attenzione di un pubblico incollato alla sedia, atterrito e coinvolto. Raramente il pubblico che viene appositamente a seguire l’opera si annoia, a meno ché non sia proprio insensibile e, in tal caso, non sceglie l’opera.

  • Dell’opera contemporanea cosa ci dice?

Ci sono delle opere interessanti ma non è proprio il mio genere. Non riesco a trovare un filo conduttore nell’opera contemporanea. Ci sono artisti che lo fanno ma io non riesco a calarmi in quel tipo di emotività. Ho ricevuto delle proposte che ho declinato poiché non potevo dare molto a quel tipo di musica, che sentivo fuori dalle mie corde. Per un certo periodo mi ero prefissato di imparare a cantare in russo e ho imparato a leggere l’alfabeto cirillico e qualche parola in russo, ma mi sono reso conto che all’estero la prima denominazione che compare sul cartellone è “Francesco Anile, tenore Italiano. Il mio marchio di fabbrica è appunto “tenore italiano”. Che senso avrebbe cantare in russo o tedesco? È inutile chiamare me, Francesco Anile, per cantare in lingua straniera, perché sarebbe innanzitutto un’operazione immane. Di solito se devo imparare ex novo un’opera in italiano, entro dieci giorni circa riesco a padroneggiare la mia parte dall’inizio alla fine. Questi sono i miei standard. In russo, entro dieci giorni riesco a malapena a memorizzare un’aria, con grandissimo dispendio di tempo, energie e notevole stress psicologico. Siccome io attuo il principio del massimo risultato con il minimo sforzo, per quello che concerne le mie possibilità, è inutile memorizzare innumerevoli opere per poi cantarne di prassi soltanto alcune. Bisogna effettuare una scelta strategica e settoriale. Molti cantanti del passato avevano un repertorio limitato. Un certo Alfredo Kraus, cantava in tutto forse dodici opere, ma in quelle era il dio assoluto e, fino a 79 anni cantava sbaragliando il pubblico. Pertanto bisogna lavorare bene e dare il massimo in quello che si fa.