Il Caffè Mediterraneo – Intervista a Nino Bartuccio

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In Foto – I Volontari del Servizio Civile Garanzia Giovani – Progetto  “Vivere Insieme” e il Dott. Nino Bartuccio.

Oggi siamo con Nino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi e sotto scorta dal 2010, da alcuni definito “sindaco coraggio” per essere stato il primo sostenitore della legalità a Rizziconi; il primo cittadino che senza paura ha denunciato i soprusi e gli affari illeciti che da anni ostacolavano l’amministrazione locale e le influenze che dirigevano dall’esterno le fila del paese e ogni aspetto della vita quotidiana, dagli appalti per le pulizie per i rifiuti, sul piano regolatore per finire alle assunzioni degli “amici”.

 

  1. Nell’ aprile 2014 il Comune viene sciolto, paradossalmente, per volere del clan locale che veicola la sfiducia al Sindaco da parte della sua stessa maggioranza, con la progressiva dimissione forzata di tutti i componenti del Consiglio Comunale. Quali sensazioni ha provato e come ha reagito nel momento in cui si è visto abbandonato da tutti e ha constatato il fallimento del suo progetto politico improntato alla legalità?

Se parliamo di sensazioni quella che ho provato di più è stata l’amarezza di non essere riuscito a raggiungere quell’obiettivo ma soprattutto il dispiacere per ciò che avevo perso. Il periodo del mio mandato è stato un anno di grande sacrificio. Ho sottratto molto tempo al mio lavoro di commercialista e alla mia famiglia per dedicarlo alla mia gente e alla collettività. E si è trattato di una significativa porzione di tempo della mia vita. Purtroppo non potevo fare niente per recuperare quel tempo e ridarlo alla mia famiglia e al mio lavoro.

Tuttavia a distanza di anni, con il senno di poi, devo riconoscere una cosa. Dopo la conclusione delle indagini che sono state fatte su quelle vicende, oggi posso affermare che nonostante il senso di afflizione che ho provato in quei momenti, quel mio prezioso tempo non è stato affatto sprecato.

 

  1. Lei ha avuto un ruolo decisivo all’interno dell’operazione «DEUS» denunciando gli ‘ndranghetisti e i retroscena ambigui e poco trasparenti dell’amministrazione. Dal 4 giugno 2014 è divenuto testimone di giustizia e nello stesso giorno sono scattati i primi arresti clamorosi. Quali sono stati i fattori che l’hanno portata a questa decisione onerosa che ha cambiato per sempre la sua vita e quella dei suoi famigliari?

Noi non possiamo parlare di nobili principi quali legalità e giustizia se poi, nell’istante in cui tocca a noi in prima persona l’opportunità di metterli in atto, ci rifiutiamo di farlo. I fattori e le motivazioni che mi hanno portato alla mia decisione, che non dovrebbe essere nulla di straordinario, anzi dovrebbe essere normale, sono stati dettati dal mio senso del dovere.

Nel momento in cui bisognava agire, ho riflettuto abbastanza perché ho pensato alle difficoltà, a ciò che sarebbe potuto accadere e al pericolo potenziale e imminente.

Ci sono la paura, tante variabili e tante circostanze che si intromettono nelle decisioni. Tuttavia c’è un pensiero dominante che non potevo ignorare: era giusto farlo ed era mio dovere farlo.

Io decisi di candidarmi anche se non pensavo a una vittoria e mai avrei sperato in un esito positivo. Non avevo la certezza che sarei diventato il nuovo Sindaco di Rizziconi.

Una persona che si candida per diventare Sindaco deve sapere che, se gli dovessero capitare delle situazioni spiacevoli simili alla mia o anche diverse, deve fare il proprio dovere. Il Sindaco è il primo cittadino e deve dare il buon esempio, dovrebbe far ciò che fanno tutti i cittadini onesti e perbene, i quali compiono quotidianamente il proprio dovere.

Provate a immaginare un aspirante poliziotto, carabiniere o militare che tenta il concorso per accedere alla professione o a qualsiasi altro giovane che desideri entrare a far parte delle Forze dell’Ordine il quale però affermi:«io non porterò mai un’arma con me».

Per un poliziotto, nello specifico, portare l’arma è un dovere perché deve difendere i cittadini; è funzionale e utile al suo lavoro e quindi non può non farlo. Se un cittadino desidera aiutare il prossimo in maniera pacifica, non armata e non violenta può farlo tramite attività di volontariato o partecipando al Servizio Civile Nazionale ma, certamente, non nelle Forze dell’Ordine perché altrimenti dovrà agire seguendo le regole che gli verranno imposte. Di riflesso, un Sindaco sa che nel momento in cui si presenterà la ‘ndrangheta di fronte a lui con delle richieste o delle pretese, dovrà denunciare. Non c’è un’altra possibilità, non può fare diversamente.

Ora vorrei rivolgermi ai giovani e ai miei coetanei con aspirazioni e ideali politici.

Dovete ben ponderare il tutto prima. Non candidatevi, non andate a fare i sindaci se non riuscite a farcela, se sapete a priori che non farete mai una cosa del genere, che non denuncereste mai la ‘ndrangheta. Non dovete candidarvi senza onestà interiore e con scarse velleità d’azione altrimenti, a quel punto, sarete anche voi colpevoli e collusi con la criminalità organizzata.

 

  1. Quali sono i valori e i modelli ai quali si appella per andare avanti e superare gli ostacoli e le difficoltà di ogni giorno?

Le difficoltà di ogni giorno sono molteplici. Io trovo la forza più grande nella mia straordinaria famiglia. Ho una moglie eccezionale, due figli meravigliosi, un padre e una madre i quali nonostante la loro età e il loro modo di pensare mi sono stati vicini sin dal primo istante senza abbandonarmi mai, condividendo pienamente tutto ciò che ho fatto. Quindi i modelli da seguire e i valori principali mi sono stati trasmessi da loro.

Devo dire che loro sono la mia forza più grande; lo sono ancora. È pericoloso dirlo, non dovrei perché i nemici potrebbero apprendere questa notizia e usarla per distruggermi. Del resto in parte lo hanno già fatto perché non tutti i miei famigliari sono rimasti accanto a me e alla mia famiglia.

Sembrerebbe addirittura che alcuni si siano schierati “dall’altro lato”. Mi riferisco ad alcuni parenti con i quali avevo un legame molto stretto. Mi è pesato tantissimo quell’allontanamento ma ormai me ne sono fatto una ragione.

È stato difficile.

Oltre alla famiglia, due dei valori ai quali mi appello sono la giustizia e l’onestà.

Questo sacrificio è capitato a me e lo devo sopportare.

Posso citare una massima che non ricordo a memoria, ma di cui ricordo il senso generale e che ho fatto mia: – Ci sono nella vita cose che ti capitano e neanche le vorresti, ma accadono. E tu devi fare una scelta obbligatoriamente perché nel momento in cui sono capitate, la tua vita è comunque cambiata e tu devi scegliere cosa fare. E la tua scelta, nel momento in cui andrai a farla, potrà avere due strade, cambiare la vita in meglio o in peggio– .

Quindi è capitato a me. Bene. Sopporterò questo peso e andrò avanti perché sicuramente alla fine il sacrificio mio e dei miei familiari sarà molto più utile agli altri di quanto lo sarà a noi stessi.

 

  1. Dal 2010 ha pagato l’amore per la legalità e la denuncia delle ingiustizie al prezzo di una parte significativa della sua libertà personale quotidiana e di quella della sua famiglia. Con il senno di poi e alla luce delle conseguenze dei cambiamenti avvenuti, rifarebbe tutto quanto?

Per filo e per segno. Non cambierei neanche una virgola. Non mi fermerei neanche sapendo le conseguenze. Io non sapevo cosa sarebbe accaduto e che la nostra vita sarebbe cambiata così radicalmente. Tuttavia io voglio continuare a guardare mia moglie e i miei figli negli occhi; non avrei potuto fare qualcosa di diverso da quello che ho fatto.

Anche Gesù disse: «Signore allontana da me questo calice se puoi».

Ma ha dovuto prendere ugualmente quel “calice” metaforico, in quanto ha dovuto sopportare la Crocifissione. Ugualmente io mi sono assunto le mie responsabilità.

 

  1. Chi ha il coraggio di denunciare e combattere a testa alta in nome della legalità e delle regole viene definito “sbirro e infame” nel lessico mafioso. Quali sono le vere “infamità” che affliggono il nostro territorio? Come pensa si possa superare questa fase storica di ristagno culturale?

I veri infami sono gli ‘ndranghetisti.

Sono infami coloro che rubano il futuro ai nostri figli e anche il presente dei nostri giovani, il nostro presente e il nostro futuro.

È a causa delle loro infiltrazioni che la Calabria versa in pessime condizioni di dissesto cronico per quanto riguarda la sanità e le infrastrutture. Tutti questi delinquenti lucrano sui servizi che lo Stato dovrebbe offrire e fanno in modo che questi ultimi poi non possano funzionare.

Si parla di “sbirro” probabilmente riferendosi alle Forze dell’Ordine che in realtà sono composte da persone che fanno il proprio dovere per garantire la nostra e la vostra sicurezza nonché la libertà personale. Se noi possiamo vivere qui (mi riferisco alla mia famiglia in particolare) una vita quasi normale, riusciamo a farlo proprio grazie a coloro che i mafiosi e gli ‘ndranghetisti definiscono “sbirri”.

Si può superare questa fase storica di ristagno culturale solo attraverso la cultura. Bisogna fare delle iniezioni endovena di cultura. Occorre eliminare le sacche di ignoranza e diffondere la conoscenza di storie vere, bisogna parlare di questo male. È necessario parlare tantissimo della ‘ndrangheta, della mafia in generale e della cattiva politica e, di conseguenza, dei politici corrotti.

Noi tutti insieme dobbiamo riuscire a parlare della mafia e far conoscere le drammatiche ripercussioni della sua presenza all’interno della nostra società con incontri di sensibilizzazione nelle scuole con i ragazzi che diverranno i giovani e gli adulti di domani.

Bisognerebbe fare chiarezza intorno alle definizioni di “ndranghetisti” e del loro operato. Usando dei termini anche molto forti definirei questi ultimi i veri “infami”, delle bestie prive di dignità. Sono “uomini” che per una “tumanata di livari” come si dice qua da noi ammazzano senza pietà persone innocenti e persino dei bambini, come è tragicamente avvenuto in passato.

Sono uomini senza alcun onore. Ecco, questi sono gli infami.

 

  1. Secondo Lei i semi positivi che ha gettato hanno messo radici e dato dei frutti a Rizziconi oppure è tornato tutto come prima, la quiete dopo la tempesta, come se nulla fosse successo?

No, assolutamente no. Non è come se nulla fosse successo.

All’inizio, all’indomani degli arresti, avevo la sensazione che il mio sacrificio fosse stato quasi inutile.

La prima domenica in cui siamo andati a messa la gente usciva dalle navate laterali o ci passava davanti abbassando gli occhi per non salutarci.

Lì ho avuto attimi di sconforto totale.

Parenti che si allontanavano, amici scomparsi, ma poi ho capito che si trattava di paura.

Io e tutta la mia famiglia abbiamo dovuto trovare la forza perché era difficile rimanere a Rizziconi in quel clima teso. Mentre passeggiavo o andavo al supermercato le persone che avevo incontrato solo il giorno prima abbassavano gli occhi e non mi salutavano. A volte riuscivo con fatica a incrociare lo sguardo di qualcuno e salutare ma per tutta risposta quel qualcuno si girava dall’altro lato senza neanche rispondermi.

Sono state sensazioni bruttissime. Resistere è stata la nostra forza.

Il nostro atto di coraggio non si è rivelato al momento di denunciare, ma nel decidere dopo di rimanere qui.

Il 4 giugno del 2010 il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria mi ha proposto di trasferirmi con tutta la mia famiglia in una località segreta, cambiando identità e entrando in un programma di protezione con degli aiuti economici e altro. Io mi sono spaventato. Per me è stata una notizia inaspettata dal momento che pensavo di non avere fatto niente di male per dovermene andare e quindi rifiutai.

Sentivo di voler rimanere qui a tutti i costi. Non ho mai pensato che la soluzione migliore fosse andarmene.

Abbiamo insistito e adesso le cose sono molto diverse. Tanta gente che prima aveva paura a vederci, salutarci o incontrarci temendo che potesse esplodere da un momento all’altro una bomba vicino a noi adesso si avvicina senza timore a stringerci la mano e a conversare tranquillamente.

Nonostante il trauma di quella famosa domenica, siamo andati ugualmente a Messa la domenica seguente. E qualcuno ci ha salutato. E così anche il giorno successivo e via via in occasione delle feste di paese, in macelleria, al bar. Alla fine la gente si è abituata a vederci; si è abituata a questa nuova “normalità” pensando paradossalmente: «Allora questa persona non ha fatto niente di male se è ancora qui; allora forse ha ragione; forse siamo noi che stiamo sbagliando».

Io rimango qui.

Per motivi di sicurezza che al momento non posso dirvi, posso confermare che un piccolo germe è stato piantato. Certo, non è stato per merito mio ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Così come diceva Madre Teresa di Calcutta, ho provato a gettare una piccola goccia d’acqua nell’oceano.

Dobbiamo tenere presente che l’oceano è immenso e composto da moltissime gocce e pertanto ognuno dovrebbe fare la propria parte attraverso il proprio onesto contributo.

 

 

  1. In che tipo di società futura pensa che vivranno i suoi figli e i giovani della nostra Terra? Quale esempio di responsabilità umana e senso civico pensa di lasciare, con il suo atto di coraggio, ai giovani e anche alle nuove generazioni?

In merito alla prima parte della domanda, è difficile dare una risposta. Per quanto concerne la seconda, posso parlarvi della speranza.

Non so come sarà il futuro. È difficile prevederlo. Io sono convinto che fenomeni di criminalità organizzata quali la ‘ndrangheta e la mafia in senso lato prima o poi spariranno.

Non so con quali tempistiche, perché e come accadrà ma sento che spariranno perché non appartengono al corso naturale della vita civile. Ci sarà la ribellione degli uomini di fronte all’arroganza, alla prepotenza, al male e a tutti i suoi derivati.

Io spero che i giovani riescano a capire e interpretare nel migliore dei modi il loro posto nella società e il ruolo che avranno nella vita scegliendo sempre la giustizia.

Ho accettato di partecipare alla trasmissione Cose Nostre andata in onda l’8 luglio su Rai 1 perché la mia storia deve essere portata a conoscenza di un pubblico più ampio per avere un valore umano esemplare. Raccontare ciò che è accaduto a Rizziconi mentre io ero Sindaco e far sapere ai ragazzi ciò che ho fatto, corrisponde a una profondo senso del dovere.

Noi dobbiamo infrangere questo mito, dobbiamo sgretolare i muri dell’indifferenza.

Deve passare questo concetto fondamentale di “normalità”. Non dobbiamo pensare alle persone che fanno il proprio dovere come a dei supereroi.

 

  1. In questa sua battaglia per la legalità molti lo hanno sostenuto con fermezza mentre altri si sono dileguati in sordina. Il 24 marzo 2016 ha finalmente affrontato ufficialmente la sua testimonianza contro il clan dei Crea nell’aula bunker del tribunale di Palmi, alla presenza della moglie, degli avvocati e di alcuni imputati e ha confermato le accuse che hanno fatto scattare l’operazione «DEUS». A sostenerla in rappresentanza di Avviso Pubblico, l’Associazione tra comuni per la lotta alle mafie, c’era Michele Tripodi Sindaco del Comune di Polistena, da anni operativo nella lotta alla criminalità e impegnato in campagne di solidarietà collettiva e sensibilizzazione della rete sociale. Erano presenti inoltre i ragazzi del coordinamento di Libera della Piana di Gioia Tauro, i rappresentanti dei Lions, , il Presidente della Commissione Regionale Antimafia Arturo Bova e i sindaci di alcuni comuni della Piana. Come pensa si concluderà il processo?

Questo è difficile dirlo. Posso dire che non ho fatto un passo indietro di un solo millimetro. Ho confermato tutto quello che ho detto anche a distanza di anni. È un bene ricordare tutto dettagliatamente per i fini processuali ma sono cose angoscianti che fanno male e che vorrei non ripercorrere se non durante il processo quando dovrò testimoniare. Io mi auguro che in conclusione i colpevoli siano condannati a una giusta pena e che questa sia certa.

Se crediamo nella giustizia dobbiamo accettarla fino in fondo. Se gli imputati dovessero essere assolti anche in terzo grado, dal momento che esiste un tribunale legittimo di questo Stato che delibera per un’assoluzione o per una condanna , noi dobbiamo accettare entrambe allo stesso modo.

Noi tutti dobbiamo confidare soltanto nella giustizia e nel suo compimento.

 

  1. Quali progetti ha in serbo per il futuro? Le interessa ancora la politica o auspica di attivarsi nel sociale e in altri ambiti collaterali?

Per quanto riguarda la politica, è dovere di ciascun cittadino interessarsi della cosa pubblica e dell’amministrazione. Solo se intendiamo la cosa pubblica come parte integrante di ciascuno di noi potremo amministrarla come se fosse un nostro bene. Dobbiamo concepire la politica come un’attività quotidiana, dobbiamo cercare di partecipare alle scelte politiche, essere vicini a chi ci rappresenta e orientarli.

Mi arrabbio e rispondo a tono quando persone oneste e perbene che potrebbero dare un forte contributo ai nostri paesi e all’Italia si tirano indietro in modo disinteressato. Questa è ignavia.

La politica è il presente e il futuro dei nostri figli. Occorre essere attivi, propositivi.

Per quanto riguarda i miei progetti futuri in politica, con molta serenità posso affermare che non intendo candidarmi nuovamente come Sindaco di Rizziconi né come consigliere ma non è detto che non possa cambiare idea in futuro. Non intendo fare politica in prima persona, non per motivi di ignavia bensì per ragioni di sicurezza personale dato che potrebbe risultare molto pericoloso esporsi nella mia situazione. Forse non avrei neanche le risorse fisiche, materiali e temporali per potermi dedicare a un progetto a pieno regime. Si dice che solo gli stupidi non cambino mai idea e perciò confido nel fatto che le condizioni attuali migliorino.

Ho intenzione di continuare a svolgere la mia professione di commercialista a Rizziconi. Ho sempre maturato l’idea di allargare i miei orizzonti e pertanto sogno di aprire un mio studio a Roma o Milano.

 

  1. Noi volontari del Servizio Civile Nazionale-Garanzia Giovani con il progetto «Vivere Insieme» abbiamo come obiettivo eliminare forme di razzismo ed emarginazione e favorire l’integrazione degli immigrati nel territorio polistenese. Quali soluzioni o interventi propone per attuare un processo reale di integrazione e osmosi interculturale?

Questa è una domanda complicata o meglio la risposta è difficile.

Per l’integrazione bisogna intervenire in collaborazione con coloro che desiderano integrarsi. Non facciamo l’errore di pensare che dobbiamo integrare solo gli extracomunitari ai polistenesi e ai calabresi; dovremo integrare anche i calabresi e, in senso lato gli italiani, agli extracomunitari. Dovrebbe trattarsi di un’azione bidirezionale anche se gli stranieri presenti sono una minoranza. Non ho una soluzione immediata al problema ma è chiaro che bisogna ridare a queste ingenti “masse” di disperati che partono da scenari di guerra innanzitutto la dignità di uomini.

Se non viene concesso loro il minimo indispensabile, se non viene data la possibilità di lavorare, di essere autosufficienti e di contribuire alla crescita economica e sociale del Paese verranno sempre visti dagli altri come un peso quando invece potrebbero rappresentare una risorsa umana di forza-lavoro. Difatti spesso si prestano a svolgere lavori umili e sottopagati che nessuno vorrebbe fare e per giunta in condizioni disumane e di sfruttamento.

Io credo che una reale ed effettiva integrazione sia fattibile creando condizioni di lavoro plausibili e dignitose. Alcuni spesso dicono per pura demagogia e becero populismo che non c’è lavoro per gli italiani perché viene rubato dagli immigrati ma la realtà sociale è molto più eterogenea e complessa. Dobbiamo creare condizioni di lavoro per tutti, sia per gli italiani indigenti e poveri che per gli stranieri che scappano dalla guerra. Non possiamo limitarci a fare della beneficenza occasionale. Non basta consegnare un pacco di viveri di prima necessità ma dobbiamo impegnarci un po’ di più attraverso le politiche sociali sul lavoro e per risolvere l’emergenza della disoccupazione giovanile. Nel momento in cui l’immigrato ha la possibilità di lavorare e di mantenersi è chiaro che potrà regolarizzare la sua posizione. Dobbiamo arginare i fenomeni di sfruttamento quali ad esempio il caporalato. Io credo che l’ltalia stia agendo bene in questo senso e in particolar modo i cittadini calabresi nei quali lo spirito di accoglienza e la solidarietà sono innati.

Noi dobbiamo riconoscere l’uguaglianza universale tra gli uomini e concedere di conseguenza agli immigrati giunti in Italia l’opportunità di avere i nostri stessi diritti e doveri. Questa agognata integrazione deve avvenire secondo i principi filantropici della solidarietà, del dialogo e della mediazione interculturale. Dobbiamo imparare noi stessi a conoscere loro e loro a conoscere noi. Questa è la cosa più importante. La cultura deve proporre scenari inediti aperti alla conoscenza indiscriminata di tradizioni, religioni, usi, costumi diversi e profondamente lontani dalla nostra cultura Occidentale

Il Caffè Mediterraneo – Intervista all’ artista Valentina Gullace

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In Foto – I Volontari del Servizio Civile Garanzia Giovani – Progetto  “Vivere Insieme”, l’ artista Valentina Gullace.

Dopo la pausa estiva, riprende la rubrica Caffè Mediterraneo curata dei volontari di Servizio Civile Nazionale del Comune di Polistena per il progetto “Vivere Insieme”. Oggi è il turno di Valentina Gullace, con la quale abbiamo parlato di musica, spettacolo e, ovviamente, di Calabria e integrazione sociale.

  • Valentina Gullace, nata a Polistena e diplomata all’Accademia Nazionale di Danza di Roma,esordisce nel 2006 interpretando Maria Maddalena nella versione italiana di “Jesus Christ Superstar” della Compagnia della Rancia. Nel 2007 è nel cast di “Cabaret”, con Michelle Hunziker e Christian Ginepro, mentre nelle due stagioni successive interpreta la cattiva Sharpay nel musical della Disney “High School Musical”. Nel 2010 lavora con Paolo Ruffini nello spettacolo “80 voglia di… 80!” e interpreta la Vergine Maria nel musical “Non abbiate paura”, dedicato alla figura di Giovanni Paolo II. Nel 2011 è la protagonista femminile di “Mille lire al mese” al Teatro Parioli di Roma e nello stesso anno è Maria Cyliakus nel musical “Salvatore Giuliano”. Lei ha studiato danza fin da piccola quindi come è nata la sua passione per il canto e la recitazione?

 In realtà non ho avuto esempi in famiglia o qualcuno che mi abbia spinto a farlo. All’età di soli due anni, spontaneamente, mi mettevo davanti allo specchio e imitavo come tutte le bambine dell’epoca le showgirl famose della televisione come Lorella Cuccarini e Heather Parisi. Verso i cinque anni quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo, a volte, la ballerina e, altre, la cantante, perché non avevo ancora deciso. In seguito per fortuna è arrivato il musical che mi ha permesso di unire il canto, la recitazione e la danza trovando finalmente la mia forma di spettacolo ideale.

  • Lei è nata e cresciuta a Polistena e dalla Calabria poi ha girato tutta l’Italia, prima per seguire la sua passione e studiare e dopo per lavoro. Si è sentita pienamente accolta o ha riscontrato dei pregiudizi in quanto meridionale?

Dunque… che ci siano pregiudizi nei confronti di chi viene dal Sud purtroppo a volte è vero. In alcuni contesti scatta qualche battuta sulle mie origini e sul mio accento.  Sono fiera di essere Calabrese e nella mia vita ho scelto di parlare come mi sento e non sto lì a fare il parlato affettato; poi quando recito chiaramente lo faccio in dizione ma non ho bisogno di fingere di essere quella che non sono.

  • Il 21 Settembre 2015 al teatro Brancaccio di Roma durante il Gala Music All Party ha vinto l’Oscar italiano del musical. A chi dedica questo importante riconoscimento e cosa ha provato?

Ovviamente dedico questo Oscar alla mia famiglia e a chi mi ha sempre sostenuta e mi ha permesso di realizzare il mio sogno, a Saverio Marconi, direttore artistico della Compagnia della Rancia che mi ha scelto per interpretare il ruolo di Inga, grazie al quale ho avuto questo premio. Sinceramente non me l’aspettavo proprio perché ero in competizione con candidate molto brave e con più esperienza di me.In genere sono una persona molto sensibile e quando hanno fatto il mio nome ho provato una emozione sconvolgente; non ci ho capito niente, non so neanche che discorso di ringraziamento ho pronunciato; ho solo balbettato due frasi… Quando devo interpretare un personaggio, per me è facilissimo ma quando devo interpretare me stessa, come durante questa intervista, mi sento agitatissima.In conclusione è stata una serata bellissima e sono veramente orgogliosa di questo prestigioso riconoscimento.

  • Nei musical lei ha interpretato ruoli molto diversi fra loro. Come si prepara quando deve cambiare completamente stile? E a quale personaggio interpretato è particolarmente affezionata?

Un personaggio a me particolarmente caro è quello di Maria Maddalena. Tra l’altro sono passati dieci anni dalla famosa chiamata in cui mi è stato detto: «Sei tu». Io ero in spiaggia e mi è arrivata la chiamata del regista che mi ha detto «Valentina, ti disturbo? Ti volevo dire: sei tu Maddalena». Io sono stata zitta per un po’ e lui: «Sei ancora in piedi, sei svenuta?» (Ride). È stata una cosa veramente emozionante. Questo, inevitabilmente, è il ruolo al quale sono più affezionata, perché è stato il primo e spero un giorno di poterlo reinterpretare alla luce dell’esperienza fatta in questi dieci anni.Dal punto di vista della preparazione, studio bene la storia dello spettacolo, l’ambientazione e anche lo stile vocale perché è importante capire in quale stile bisogna cantare dal momento che il musical è ricco di stili; bisogna capire e trovare il modo di essere coerenti con la storia che si racconta, sapere da dove proviene il personaggio, qual è la sua vicenda e quale relazione ha con gli altri personaggi. È uno studio di lettura, di ricerca, di lavoro con il regista e con tutti i ragazzi del cast con i quali si crea un’alchimia unica.La “mia” Maria Maddalena era bionda perché la versione di Fabrizio Angelini e Gianfranco Vergoni era ambientata ai giorni nostri e io, calabrese, interpretavo una prostituta dell’est (ride). Visto che avevano in mente una Maria Maddalena che non fosse una mora tradizionale come la Bellucci, erano indecisi tra una ragazza di colore e una bionda e perciò quella volta andò bene a me.

 

  • Nel Dicembre 2015 durante lo spettacolo tenutosi a Polistena “Una serata a Broadway” ha danzato sulle note del pianista Nicola Sergio, molto sensibile al tema dell’immigrazione.Noi volontari del Servizio Civile del progetto “Vivere Insieme” saremo impegnati per un anno in attività di integrazione sociale degli stranieri. Lei cosa pensa di questa situazione così complessa e problematica?

Penso che sia fondamentale il discorso dell’integrazione. L’odio non porta a nulla. Siamo nel 2016 e certe cose oggi non sono più tollerabili; è necessario assolutamente cercare di trovare dei modi per integrare queste persone, per rendere migliore la loro vita perché sono vittime che scappano da situazioni tragiche; non vengono a invaderci come molti pensano e credo che al giorno d’oggi alcuni discorsi non siano proprio accettabili. Non è possibile ascoltare certi pregiudizi e insinuazioni. Mi auguro che si arrivi al più presto a una vita un po’ più dignitosa per queste persone nel rispetto di tutti.

  • Quali sono stati e quali saranno i suoi prossimi impegni artistici?

Il 3 agosto sono stata a Cinquefrondi con una “Serata a Broadway”, accompagnata dal Maestro Pasquale Morgante. Il 7 agosto invece, sono stata al premio “Castro Minervae” a Castro, serata presentata da Livia Zariti e alla quale ha partecipato anche Carla Fracci. Mi sono esibita accompagnata da un pianista di Lecce e poi il 10 agosto sono stata a Galatro nuovamente con una “Serata a Broadway” con Nicola Sergio. Il 14 Agosto sono stata a Polistena in Villa Italia con lo spettacolo “Cinemusical” le più belle canzoni tratte da film musicali e il 17 agosto al castello di Roccella con le “Sorelle Marinetti”. Da ottobre, invece, si riprende con la tournée di Cabaret fino a gennaio.

  • Dove ti vedi fra dieci anni?

Eeeehm… non so…. Avrei dato una risposta diversa un anno fa. Mi sta intrigando molto l’insegnamento e infatti ho appena terminato un corso a Milano da Loretta Martinez, una scienziata della voce, per diventare vocal coach. Da ottobre inizierò a insegnare in un’accademia di musical a Torino.  Quindi mi vedo bene come insegnante di canto e sicuramente ancora a recitare sul palco, però con progetti miei. Io in realtà sono una cantautrice, il musical è arrivato dopo. Una sera ero sul palco di un locale a esibirmi insieme ad altri gruppi e una persona mi disse: «Ti interessa fare un musical? So che canti e balli!». Da lì è nata questa passione e ho leggermente deviato in senso positivo il mio percorso iniziale. Tra dieci anni spero di riprendere per un po’ quello che era il mio desiderio più grande, cioè fare il mio disco e far sentire la mia musica.

  • Quali generi musicali preferisci ascoltare?

Mi piace molto Tori Amos e il pop raffinato con delle influenze jazz: forse poco moderno però mi piace molto. Uno spettacolo che mi sarebbe piaciuto realizzare, ma non so se sarà possibile in quanto difficile da organizzare e coordinare, è un duetto con il Maestro Anile, con il quale ho un bellissimo rapporto di amicizia.

 

  • Dal punto di vista professionale ti vedi a Torino o torni in Calabria?

Non so se resterò a Torino, la mia casa è a Roma, ma in realtà non ho una dimora fissa dove stare. Sono un po’ combattuta se tornare o meno in Calabria perché ancora non ho ben capito se c’è terreno fertile per far attecchire il mio lavoro e mi dispiace molto. Io sono dovuta andare via da qui a diciotto anni per realizzare il mio sogno dal momento che, purtroppo, qui non c’erano i mezzi per farlo. Io sono comunque convinta che la Calabria sia una terra ricca di risorse e noi abbiamo a disposizione tutto quello che ci occorre ma bisogna cambiare mentalità e bisogna soprattutto cercare di aprirsi, di confrontarsi con altre situazioni. Solo con queste modalità ci si può evolvere e maturare.

  • Cosa ne pensa di aprire lei stessa una scuola in Calabria?

Mi piacerebbe molto e ovviamente ci ho pensato, però non è così facile. Bisogna capire bene le realtà già esistenti e se quel tipo di progetto che ho in mente io sia fattibile o se possa interessare. Io, piano piano, sto iniziando a proporre a livello locale questi miei spettacoli periodici, grazie ai quali ho incominciato a far comprendere al pubblico le caratteristiche del musical. Un giorno vorrei portare qui uno dei miei grandi spettacoli, sperando che ci sia anche un teatro di grandi dimensioni adatto ad accoglierlo, in quanto sono eventi molto grandi che richiedono spazi di esecuzione adeguati. Sono molto cauta perché è un progetto al quale tengo molto e sto ancora valutando se realmente si possa fare. Vedremo. Sarete i primi a saperlo (ride).

Il caffè Mediterraneo – Intervista al Tenore Francesco Anile

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In Foto – I Volontari del Servizio Civile Garanzia Giovani – Progetto  “Vivere Insieme”, il Maestro Francesco Anile e l’ Assessore Valentina Martello.

Continua la rubrica del Caffè Mediterraneo a cura dei volontari di Servizio Civile nazionale del Comune di Polistena per il progetto “Vivere insieme”. Il secondo appuntamento è con il Maestro Francesco Anile, con il quale abbiamo intrattenuto una bellissima conversazione sui temi della musica, della cultura e dell’integrazione.

  • Francesco Anile, diplomato in clarinetto, in canto, dapprima baritono, poi tenore, vincitore di vari premi, ha cantato nei più prestigiosi teatri del mondo, da Il Cairo a Seul, dal Teatro La Scala di Milano al Metropolitan Opera di New York. Ormai è un artista di fama internazionale. Ci può raccontare le sensazioni e le emozioni che hanno accompagnato il suo debutto all’ estero?

Cantare in teatri importanti è una esperienza che gratifica molto perché, nonostante gli anni di esperienza e la padronanza dei meccanismi e delle funzioni del teatro, quando mi affaccio nel panorama internazionale sono sempre un po’ titubante e un po’ preoccupato per quello che potrebbe succedere. C’è sempre una grande emozione perché, quando si sta su un palcoscenico, ci deve essere necessariamente una notevole emozione. Si tratta tuttavia di una tensione controllata, che riusciamo a gestire solo parzialmente. La nostra emotività arriva alla soglia dell’80% circa, oltre la quale non possiamo andare perché altrimenti rischieremmo di compromettere la nostra prestazione. Mentre cantiamo dobbiamo emozionare, altrimenti non avrebbe senso fare la nostra esibizione davanti al pubblico; allo stesso tempo, dobbiamo cercare un compromesso equilibrato tra tecnica e sentimento.

  • Per lavoro lei ormai ha visto e vissuto in molti Paesi del mondo. Cosa prova quando torna a Polistena, il Paese in cui è nato e cresciuto?

È una forma di libertà e anche un modo per riappropriarsi della propria terra, della propria gente, del saluto caloroso quando ci si incontra; si arriva in piazza e ci si conosce tutti, si scambiano due chiacchiere,  le proprie sensazioni e qualche battuta. Ovviamente quando sono in giro per il mondo faccio parte di una piccola o grande comitiva, a seconda del posto in cui ci troviamo, ma si tratta sempre di persone “estranee” conosciute in quel momento e frequentate sino alla fine di quel dato progetto lavorativo. Generalmente si tratta di relazioni a compartimenti stagni. Dovendo stare quindici giorni insieme nello stesso luogo, si forma un gruppo composto da una cerchia di colleghi con i quali mi trovo bene (alcune volte benissimo, altre meno), ma si tratta di rapporti temporanei. È una soluzione professionale che ha un inizio e una fine.Quando torno a casa faccio un respiro profondo, di sollievo perché sono con i miei concittadini e ritrovo una piacevole sensazione di benessere.

  • Il «made in Italy», all’estero, è sinonimo di qualità negli ambiti della cucina e della moda. È lo stesso per il mondo della Lirica?

Purtroppo il mondo della Lirica è molto più apprezzato all’ estero che in Italia, questa è la verità. Io ho visto e vissuto scene che forse in Italia si sarebbero potute vivere cinquant’ anni fa. Mi riferisco per esempio all’ attesa del pubblico alla fine dello spettacolo operistico: solitamente, alla conclusione dell’Opera gli spettatori vanno via, ma in alcuni Paesi come il Giappone, la Corea e la Russia a volte aspettano che io mi cambi, finisca di struccarmi ed esca. Le persone aspettano gli artisti all’ uscita per fare anche solo una foto con loro.In Giappone ho assistito a un episodio strepitoso. Dopo la recita noi artisti eravamo stati invitati a una cena, un buffet all’ interno del teatro stesso, che però ci ha rubato un sacco di tempo. Dopo ben tre ore di attesa, quando siamo usciti, c’erano ancora delle persone ad aspettarci fuori per farsi una foto con noi. Dopo tre giorni di programmazione della recita sono nuovamente ritornati per farsi autografare la foto scattata precedentemente; una circostanza straordinaria che qui da noi non si verifica più da nessuna parte.In Corea invece esiste un’altra consuetudine. Con l’abito di scena, trucco e parrucco ci portano nella hall del teatro e ci fanno firmare autografi, fotografie e quant’ altro, ancora nei panni dei personaggi dell’Opera. Gli spettatori attendono con ansia di poter fare la foto con il personaggio in carne e ossa.

  • L’italianità è pertanto un modello di qualità molto apprezzato all’estero. Come esporta e vive la sua identità Calabrese? In una fase particolarmente delicata in cui l’immagine della Calabria viene offuscata da drammatici fatti di cronaca, come pensa possa essere riscattato e valorizzato il talento della nostra Terra?

Intanto sarebbe compito dei mass media mettere in risalto quello che di buono possediamo. Per me è loro la principale responsabilità: la pubblicità negativa che fanno alla nostra terra è una forma di autodistruzione, peraltro fuori luogo visto che all’ estero, per esempio, ci apprezzano molto. Quando io sono all’ estero non ho bisogno di specificare la mia origine; sono Italiano e tanto basta.

Se dicessi che provengo dalla Calabria molti non saprebbero neanche di cosa stia parlando. Forse se specificassi che la Calabria è quella regione che si trova di fronte alla Sicilia… allora qualcuno si ricorderebbe di questo pezzo di terra, altrimenti si generalizza tutto con il marchio “Italia”. Certamente l’immagine negativa esiste, però sta a noi artisti, in questo caso, riscattarla in qualità di persone oneste e modelli positivi, dimostrando con il nostro lavoro che in Calabria c’è molta operosità. Bastano poche parole. Quando e mentre canto dico già tutto. Penso questa sia l’immagine migliore e più genuina da mettere in risalto senza fare ulteriori retorica intorno all’ argomento. Si hanno infatti innumerevoli esempi positivi – non mi riferisco solo a me ovviamente: ci sono tantissimi registi, scenografi e giovani che operano in diversi campi, dalla scultura alla pittura, dalla danza e alla musica. Se i Media dessero più spazio e risalto a questa galleria di campioni positivi piuttosto che ai fattori negativi che pure, ripeto, ci sono, sarebbe un’immagine più produttiva, realistica e completa della nostra terra.

  • Come un gioco continuo di riflessi e rimandi di luce, in qualità di artista italiano interpreta con naturalezza i testi dando voce e vita a personaggi complessi e affascinanti e, per l’appunto, attraverso un’ottica anacronistica, “stranieri”. C’è un personaggio che Lei ha interpretato al quale è particolarmente affezionato?

Ce ne sono tanti (ride). Ogni volta che canto mi affeziono al personaggio che interpreto e amo dal profondo del cuore quello che faccio, altrimenti non riuscirei a fare questo lavoro. Nelle opere in cui canto purtroppo sono presenti tematiche anche molto attuali, come ad esempio il femminicidio, la gelosia, l’abbandono, l’uccisione della propria amata. Un buon esempio è proprio l’Otello di Verdi, in cui il demone della gelosia morbosa fa scattare l’ira e la follia omicida del condottierio contro Desdemona. In Pagliacci di Mascagni è per gelosia che Canio, intuendo che Nedda sta per andare via con Silvio, la blocca e la uccide tentando di farsi dire il nome dell’amante. Nella Carmen di Bizet, Don Josè non accetta di essere abbandonato da Carmen, che ribadisce con fermezza la propria libertà: «Libera sono nata e libera morirò» e proprio per questo verrà alla fine uccisa. Purtroppo queste tematiche sono attualissime e specchio della realtà nonché molto presenti nelle opere che io canto.

  • Ha fatto ormai il giro del mondo quello che è accaduto al Met di New York, dove da cover è passato a protagonista assoluto dello spettacolo dovendo sostituire lo sfortunato Antonenko. Avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe accaduta una cosa del genere? Come si è sentito a calarsi nella parte di Otello in modo casuale e inaspettato?

Come ho spiegato ai media americani, la parte più difficile è stata quella di non aver vissuto, per così dire, i primi tre atti durante i quali si verifica l’evoluzione psicologica del personaggio. All’ inizio Otello è un guerriero, un condottiero che ha vinto e che quando esordisce dicendo «Esultate! L’orgoglio musulmano / sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria! […]» sta invitando tutti a gioire per la vittoria sulla flotta turca ed è in procinto di trascorrere la prima notte di nozze a Cipro con Desdemona, della quale è profondamente innamorato. Dopodiché c’è una progressione verso la pazzia totale che porta alla morte di Desdemona. Se questo non si vive in un crescendo nel corso dei primi tre atti, è difficoltoso entrare psicologicamente nel quarto atto e, nell’ ottica di quello che sta per succedere, agire di conseguenza. Sono stato collocato in un angolo del palcoscenico a cantare da solo mentre Antonenko si muoveva sulla scena, facendo una sorta di playback in diretta. Il pubblico a un certo punto ha pensato a una trovata del regista, a una interpretazione metateatrale della follia di Otello, messa in scena sdoppiando il personaggio in due figure, lasciando un attore sul palco e un altro fermo all’angolo opposto – e non sarebbe stata neanche male come idea registica – soltanto che nella realtà si è trattato di una soluzione improvvisata e alla fine dell’opera è stato comunicato ufficialmente.

  • Quindi Lei era visibile al pubblico?

Quando Antonenko si è sentito male e ha comunicato la volontà di essere sostituito, gli assistenti sono venuti a chiamarmi in camerino. Ho accettato ma mi hanno comunicato l’impossibilità di cambiarmi con i costumi di scena per l’assenza dei sarti e vari problemi di logistica e tempistica (i vestiti si trovavano al quinto piano).  Avrei dovuto salire sul palcoscenico così com’ ero: in jeans e maglietta. Antonenko, che voleva cambiarsi e andar via, è stato bloccato e rispedito sul palco con il costume di scena, al fine di proseguire lo spettacolo in questa versione inedita, improvvisata e quasi tragicomica.In tutto questo trambusto non c’era stato il tempo di avvertire il maestro che aveva continuato a dirigere l’orchestra in scena.  Al momento di dare l’attacco per far cantare Otello, questi ha sentito improvvisamente provenire la mia voce fuori campo. L’espressione sbigottita del maestro che volgeva a più riprese lo sguardo dall’Otello sulla scena a me non ha eguali (ride di gusto). Anche il pubblico è stato colto di sorpresa perché io sono rimasto a lato del palcoscenico sulla destra mentre “l’altro” Otello si dimenava sulla scena; Desdemona cantava con lui ma a rispondere ero io: una situazione completamente assurda. Alla fine dell’opera, una volta calato il sipario, è stato annunciato che Antonenko stava male e il suo posto era stato preso tempestivamente dal tenore Francesco Anile. È noto che nel mondo del teatro possano capitare questo tipo di inconvenienti. Dal principio tutti erano preparati a una simile evenienza dato che da giorni si vociferava che Antonenko stesse poco bene, ma come altre volte in precedenza aveva continuato a cantare portando a termine l’opera. Invece alla fine del terzo atto è rimasto completamente senza voce e a un certo punto è stato necessario sostituirlo. La parte più difficoltosa non è stata il fatto in sé di cantare bensì di esprimere l’emozione e far rivivere attraverso la voce quei sentimenti. Interpretare l’azione, il movimento, la gestualità contribuisce a caricare la voce dell’emozione del gesto nel movimento e inoltre è importante avere di fronte un interlocutore al quale rivolgersi. A un certo punto, Otello, sul punto di ucciderla, dice a Desdemona: «Tu invano / ti difendi» creando una vera e propria colluttazione verbale, un incrocio di battute e parole che porterà alla morte violenta dell’amata. Se non si ha la fisicità e la presenza viva sulla scena, ricreare questi instanti fatali diviene estremamente complicato. Per fortuna quella sera tutto è andato per il meglio. Come ha detto anche il mio agente in America, se avessimo pensato a una trovata pubblicitaria simile non saremmo mai riusciti ad arrivare a tanto. Sono rimasto nella storia del Metropolitan Theatre per la singolarità di questa vicenda e direi che mi va più che bene. Dieci minuti dopo la fine dell’opera si è innescato un flusso mediatico senza precedenti. Mi hanno chiamato dalla direzione artistica del teatro per comunicarmi che c’erano delle testate giornalistiche che desideravano intervistarmi. Premettendo che io conosco un inglese di base, la prima intervista a caldo è stata telefonica ma me la sono cavata bene. In seguito, considerando le numerose richieste delle testate giornalistiche, sempre dal MET mi hanno chiamato per propormi l’idea di una conferenza stampa prevista per l’indomani. Difatti poi è stata realizzata l’intervista live che compare anche in rete e sul mio sito. Il Wanshington Post inoltre mi ha fatto uno straordinario servizio fotografico (oltre 50 foto) che ha funzionato alla grande.

  • Qual è il Paese, Italia a parte, dove secondo Lei si mangia meglio? E il peggiore?

(Ride) Partiamo dal peggiore: senza dubbio è l’India. Dopo dieci giorni che ero lì lavavo persino i denti con l’acqua minerale, cercavo di stare il più attento possibile dato che c’era la possibilità di avere problemi di stomaco. Ebbene ho avuto una dissenteria terribile. Non c’è modo di sottrarsi a questo destino. Quando ho chiamato il dottore mi ha diagnosticato immediatamente un virus, semplicemente auscultandomi la pancia, contrariamente a quello che accadrebbe in Italia, dove per un raffreddore ti fanno Tac e Risonanza Magnetica (ride). Mi piace molto conoscere la cultura dei popoli attraverso il cibo, per cui ho mangiato di tutto e di più, nei posti più svariati. Una volta ho mangiato, nel deserto della Siria, una carne buonissima, ma non chiedetemi che carne fosse perché non lo so neanche io (non l’ho nemmeno chiesto, temendo una risposta che mi avrebbe spiazzato), ma era davvero buona. Mi piace molto la cucina Orientale e in particolare quella Coreana, buona, non elaborata e ricca di cibi esteticamente belli. Corea e Giappone sono dei posti fantastici, mi piace molto l’Oriente. Per quanto riguarda il cibo, sono dei piatti poco elaborati, zuppe o della carne cucinata al momento. Ci sono addirittura dei tavoli, nei ristoranti, composti da un massimo di sei posti disposti a due a due, e al centro si trova una specie di piastra sul quale si cuoce la carne e di sopra una cappa che ne aspira il vapore. Anche in Russia ci sono dei cibi abbastanza interessanti, con sapori e spezie che noi non conosciamo ma buonissimi. Non potrei fare una classifica in Italia, dal momento che si mangia bene dappertutto e i cibi sono incredibili. Tuttavia anche all’ estero si mangia bene. Forse la cucina che ho meno gradito è quella Francese, in quanto meno ricca e meno interessante rispetto ad altre realtà.

  • Noi volontari del Servizio Civile del progetto «Vivere Insieme» abbiamo come obiettivo eliminare forme di razzismo ed emarginazione e favorire l’integrazione degli immigrati nel territorio polistenese. Lei cosa ne pensa di un tema così complesso e problematico?

L’integrazione è una bella parola ma bisogna capire se dall’ altra parte c’è l’interesse e la volontà di integrarsi. In noi Italiani è innata la cultura dell’accoglienza perciò non vedo nessun problema da questo punto di vista. Io mi sono trovato bene in ogni parte del mondo, ho parlato con persone di religione diversa quali musulmani, buddisti e tanti altri e inoltre nel mio ambiente esistono diverse realtà. Io parto da un principio generale che secondo me dovrebbe essere condiviso da tutti gli uomini, ossia avere rispetto per il prossimo e per la persona che si ha di fronte in quanto semplicemente essere umano. Gusti sessuali, culinari, orientamenti politici o religiosi non mi influenzano perché parto dal presupposto che davanti ai miei occhi si trova un essere umano da rispettare in tutta la sua essenza e dignità. La mia filosofia di vita è semplice e lineare: bisogna rispettare a priori gli uomini al di là delle inclinazioni personali e particolari. L’integrazione ci può essere e ci deve essere. Non si può pensare a una cultura alienante nel 2016. Io di recente sono stato a New York, crogiuolo totale di culture. Facendo una passeggiata per le strade della città e, in particolare sull’ isola di Manhattan, ho incontrato un campionario straordinario di persone appartenenti a etnie, razze e nazionalità diverse che convivono in modo assolutamente naturale. Lì, a mio avviso, si vive bene perché c’è il rispetto del prossimo senza alcuna discriminazione o preconcetto.

  • Ci sono opere che affrontano i temi dell’immigrazione o mandano un messaggio di tolleranza?

Ci sono opere mal viste e censurate o addirittura vietate. Per esempio, l’Otello è severamente bandito dai Paesi Arabi a regime teocratico. Ci sono delle opere che vertono su temi “discriminatori” e opere che mettono in scena azioni e vicende scottanti e coerenti con l’epoca di composizione. Mi viene in mente l’Alzira di Verdi, ambientata in Perù e concentrata sul popolo Incas. Per il protagonista la propria identità di indios diventa un fattore discriminante, degradante e limitante in quanto non può sposare la figlia di un nobile del quale è innamorato. Nelle opere spesso e volentieri si affrontano i temi della discriminazione e dell’emarginazione sociale, descritti in tutta la loro tragicità.

  • C’è un personaggio maschile che Lei ritiene particolarmente carismatico e da Lei interpretato?

C’è sicuramente Andrea Chénier, un personaggio eccezionale e realmente vissuto, ucciso durante la Rivoluzione Francese e poeta del suo tempo. È un personaggio molto carismatico che, in pieno clima rivoluzionario, fa un’invettiva contro una signorina che si era permessa di prenderlo in giro sull’ amore nel primo atto e contribuisce a infervorare gli animi di alcuni personaggi, quali Gérard.  Mentre Chénier, poeta, canta l’aria «un dì all’ azzurro spazio parlai profondo», proprio su queste parole un domestico di nome Gérard si emoziona a tal punto da cominciare un cammino che lo porterà a diventare uno dei capi della Rivoluzione. Tuttavia, sempre per gelosia (e per questioni di donne: Maddalena di Coigny era innamorata di Andrea Chénier e Gérard amava a sua volta la donna), Gérard fa imprigionare Chénier in modo da poter effettuare uno scambio di persona. Questo intreccio si ritrova spesso nelle opere come anche nella Tosca di Puccini. La caratura dell’Otello di Verdi è impressionante perché si tratta di un personaggio assolutamente carismatico e fragile. Quando ha una spada in pugno è invincibile e inattaccabile, ma senz’ armi rimane inerme. Quando si troverà immerso in un dilemma amoroso basterà un mero fazzoletto rubato da Iago a Desdemona per instillare nel suo animo il dubbio morboso della gelosia e trascinarlo nel gorgo senza ritorno di una cieca follia. La sua peculiarità, la sua forza risiedono nella prontezza di spirito al comando e nell’ autorevolezza nell’ impartire gli ordini ma nella sfera dei rapporti umani e delle relazioni amorose dimostra la sua inettitudine e debolezza. Ci sono numerosi personaggi connotati da questa scissione interiore.

  • Potremmo affermare che la grandezza del personaggio risiede proprio nella mancanza di perfezione e nelle sue debolezze?

Sicuramente. Verdi è stato un compositore che ha fatto venir fuori la fragilità umana paradossalmente mettendola in risalto. Un esempio emblematico è la Traviata, in cui la protagonista femminile, Violetta Valéry, era una prostituta che amava il lusso, i piaceri e avere diversi uomini ai suoi piedi, dotata di straordinaria bellezza, anche se in realtà era poco più che una giovane fanciulla, morta poi di tisi all’ età di soli ventidue anni. I signori benestanti, i signorotti amavano circondarsi della sua presenza. Quando nella sua vita irrompe Pietro Germont, che si innamora di lei dichiarandole il suo amore, inizia a vacillare dichiarandosi non predisposta a vivere amori seri, definendoli appunto «Follie, Follie». A un certo punto guardandosi allo specchio inizia a capire che è realmente innamorata di quel giovane. Abbandona tutto, la sua vita precedente per vivere con Pietro in campagna ma il padre di lui, in ossequio alle convenzioni ipocrite dell’epoca, si reca a parlare con Violetta per convincerla a lasciare il figlio, altrimenti l’altra figlia non avrebbe potuto sposarsi per la presenza di una donna di malaffare in famiglia.

  • Quali saranno i suoi prossimi impegni?

 A metà Agosto – Settembre tornerò a New York e poi al New York City Opera dovrò interpretare Pagliacci di Leoncavallo ma con una compagnia diversa da quella del MET. In seguito andrò a Tokyo dal 10 Ottobre per Iris di Pietro Mascagni e dal 25 sarò di nuovo a New York al Metropolitan per l’Aida di Verdi e infine tornerò in Italia il 3 Dicembre.

  • Quanto prova di solito?

Io ho un “repertorio fisso” di 25 opere. Oramai non provo più. Se ho qualche vuoto di memoria rileggo la mia parte e sono a posto. Bisogna essere pronti. Se domani mattina mi dovessero chiamare per cantare devo essere preparato. Se mi dovessero chiamare a cantare la Carmen di Bizet in francese, ci andrei senza problemi. Lo studio si fa prima.  Ci sono delle opere che interpreto più spesso, ma Iris è un opera peregrina che avevo cantato per l’ultima volta quattro anni fa nel 2012. Adesso, a Ottobre, prenderò in mano lo spartito una settimana prima e lo rileggerò. Si tratta semplicemente di tirar fuori l’opera dai “cassettini della memoria”. Un altro aneddoto. Non canto Carmen dal 2010, da ben cinque anni. A Genova l’anno scorso l’ho ripresa, ma mi mancavano i dialoghi. Esistono due versioni della Carmen. In una si interpretano dei dialoghi “parlati” interagendo sul palco senza musica e orchestra. L’altra versione invece prevede l’accompagnamento musicale dei recitativi. Io avevo imparato quelli con l’accompagnamento musicale in quanto è la versione maggiormente eseguita. A Genova invece hanno preferito la versione più “rara” e parlata e pertanto in tre giorni ho dovuto imparare tutti i dialoghi e devo ammettere che mi hanno aiutato molto lo smartphone e le app di traduzione. Registravo il testo e facevo training anche di notte. Così facendo però ho memorizzato soltanto la mia parte ma non sapevo cosa mi dicevano gli altri personaggi sulla scena (ride di gusto) e ogni volta ricominciavo daccapo il lavoro. È fondamentale imparare la propria parte e altresì conoscere quella degli altri personaggi per poter interagire attivamente.

  • Ha un cavallo di battaglia?

Non proprio. Nelle opere che canto, ho cercato sempre di attuare una sorta di “ripulitura” in modo da avere un repertorio specialistico e settoriale. Spero di cantare bene la mia parte e non ho nessun cavallo di battaglia in particolare anche se forse ho interpretato Pagliacci e Cavalleria Rusticana di Mascagni almeno un centinaio di volte ciascuna. Amo tutte le opere allo stesso modo. Non c’è una nota che non canti con tutto me stesso in Manon Lescaux e nella Turandot di Puccini… brividi sulla pelle sin dalla prima nota, dall’ inizio alla fine.  Ci si emoziona molto e, come ho detto all’ inizio, oltre un certo limite non si può andare altrimenti si rischia di far del “male” a se stessi. L’unica volta in cui ho pianto in scena è stato in una Norma di Bellini a Pavia. Ho letteralmente pianto lacrime amare. Il regista spingeva sempre di più la soglia del pathos in quanto sulla scena c’erano semplicemente quattro tagli di luce bellissimi, una scenografia minimale, e pertanto dovevamo essere noi artisti a creare il personaggio e cercare di caricarlo di emozione e azione. Quando la scenografia è spoglia, il pubblico ha gli occhi puntati sull’artista, centro focale del palcoscenico. È stato un gran successo. E così si piange anche… ma di emozione. Per fortuna, dopo non dovevo più cantare e mi sono lasciato andare, ma si è trattato di una mossa azzardata e rischiosa. Quando si sta sul palcoscenico si instaura un rapporto con il pubblico, anche se spesso la platea è al buio e si disperde in teatri grandi come il Met. Tuttavia quando volgi lo sguardo alle prime file sotto il palco noti l’attenzione di un pubblico incollato alla sedia, atterrito e coinvolto. Raramente il pubblico che viene appositamente a seguire l’opera si annoia, a meno ché non sia proprio insensibile e, in tal caso, non sceglie l’opera.

  • Dell’opera contemporanea cosa ci dice?

Ci sono delle opere interessanti ma non è proprio il mio genere. Non riesco a trovare un filo conduttore nell’opera contemporanea. Ci sono artisti che lo fanno ma io non riesco a calarmi in quel tipo di emotività. Ho ricevuto delle proposte che ho declinato poiché non potevo dare molto a quel tipo di musica, che sentivo fuori dalle mie corde. Per un certo periodo mi ero prefissato di imparare a cantare in russo e ho imparato a leggere l’alfabeto cirillico e qualche parola in russo, ma mi sono reso conto che all’estero la prima denominazione che compare sul cartellone è “Francesco Anile, tenore Italiano. Il mio marchio di fabbrica è appunto “tenore italiano”. Che senso avrebbe cantare in russo o tedesco? È inutile chiamare me, Francesco Anile, per cantare in lingua straniera, perché sarebbe innanzitutto un’operazione immane. Di solito se devo imparare ex novo un’opera in italiano, entro dieci giorni circa riesco a padroneggiare la mia parte dall’inizio alla fine. Questi sono i miei standard. In russo, entro dieci giorni riesco a malapena a memorizzare un’aria, con grandissimo dispendio di tempo, energie e notevole stress psicologico. Siccome io attuo il principio del massimo risultato con il minimo sforzo, per quello che concerne le mie possibilità, è inutile memorizzare innumerevoli opere per poi cantarne di prassi soltanto alcune. Bisogna effettuare una scelta strategica e settoriale. Molti cantanti del passato avevano un repertorio limitato. Un certo Alfredo Kraus, cantava in tutto forse dodici opere, ma in quelle era il dio assoluto e, fino a 79 anni cantava sbaragliando il pubblico. Pertanto bisogna lavorare bene e dare il massimo in quello che si fa.

Il Caffè Mediterraneo – Intervista al fotografo Salvatore Colloridi

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In Foto – I Volontari del Servizio Civile Garanzia Giovani – Progetto  “Vivere Insieme”, il Fotografo Salvatore Colloridi e l’ Assessore Valentina Martello.

IL BORGO DI CINQUEFRONDI RINASCE GRAZIE AGLI IMMIGRATI DELL’EST EUROPEO: IL RACCONTO FOTOGRAFICO DI UN CAMBIAMENTO.

POLISTENA – Nasce oggi “Il caffè mediterraneo”, rubrica a cura dei volontari di servizio civile del progetto “Vivere Insieme” del Comune di Polistena. L’iniziativa ha lo scopo di mettere in rete esperienze e testimonianze legate agli ambiti dell’integrazione e della solidarietà tra i popoli, intervistando alcune delle personalità locali che si sono distinte nei diversi settori culturali in Calabria, in Italia e nel mondo intero.

La prima puntata è dedicata a Salvatore Colloridi, fotografo professionista che, per lavoro e per passione, ha registrato e raccontato il cambiamento dei nostri centri storici. Nel corso dell’intervista ci parla di fotografia e integrazione.

 

  1. Salvatore Colloridi, fotografo professionista, ha partecipato al contest Leica Experience 2015, vincendolo con un reportage di 12 foto rappresentative del borgo di Cinquefrondi.

Si tratta di un contest che promuove la cultura fotografica attraverso i concorsi.  È rivolto a professionisti e propone come tema la relazione tra l’uomo e l’ambiente. In queste foto doveva emergere la capacità di osservazione da parte del fotografo e il modo in cui riesce a sviluppare l’argomento proposto. Al vincitore sarebbe stata data l’opportunità di partecipare a un Workshop a Cortona, dove si tiene ogni anno un Festival della fotografia molto importante.

 

  1. Com’è ha trovato l’idea per il suo reportage fotografico?

 Sostanzialmente è nata per caso. Con la mia partecipazione al contest mi è stata data in prestito per una settimana una macchina fotografica “Leica”, con la quale dovevo realizzare il lavoro da presentare. Nel mio archivio non avevo una serie di immagini precise che avessero un filo conduttore affine al tema; ho iniziato così a cercare una fonte di ispirazione, cosa non immediata. Al giorno d’oggi scattare delle fotografie amatoriali è molto semplice, però cogliere con la fotografia un significato utile e concreto diviene un’operazione complessa. Iniziai così, macchina fotografica alla mano, a girovagare per i vicoli di Cinquefrondi, luoghi non frequentati da tempo. Ricordavo il quartiere del Borgo, antico centro storico del paese, pieno di ruderi e case sul punto di crollare. Allora, a distanza di anni, lo ritrovai rinnovato e ravvivato dalla presenza di case colorate, abitate perlopiù da famiglie bulgare e rumene, le quali tutt’ora si guadagnano da vivere onestamente, lavorando come badanti o nei campi. L’aspetto che mi ha colpito maggiormente è stato il fatto inaspettato che proprio grazie a loro, facenti parte di un’altra comunità e di un’altra cultura questo quartiere ha avuto una nuova occasione e una vera e propria rinascita. Il centro storico è stato oggetto di riqualificazione urbanistica e ha ripreso a vivere. Così mi sono detto “questo è il lavoro che fa per me”.

 

  1. Durante le giornate passate in questo luogo ha riscontrato realmente l’integrazione e l’interazione degli immigrati con l’ambiente circostante?

Purtroppo non completamente. Molti di loro si sono pienamente integrati, soprattutto i più giovani in quanto meglio predisposti alla comunicazione e flessibili di fronte ai cambiamenti. Molto spesso, infatti, mi capita di incontrare in palestra o in piazza alcuni ragazzi stranieri, con i quali ho instaurato un bel rapporto di amicizia. Tuttavia nel complesso la nostra comunità non sembra ancora del tutto pronta e adeguatamente sensibilizzata. È facile parlare di integrazione, accoglienza e ospitalità ma realizzarli attivamente nella rete sociale è molto più arduo. Sono certo che con impegno responsabile e campagne di sensibilizzazione adeguate e mirate, riusciremo a raggiungere l’obiettivo e “vivere insieme”.

 

  1. Quali sono state le sue emozioni e sensazioni dietro l’obbiettivo, soprattutto considerando che ha passato davvero molto tempo fra le vie del borgo di Cinquefrondi?

Ovviamente noto la differenza, ho sentito odori diversi, tipici della cucina straniera, ma anche musica per noi insolita.  Da piccolo passavo spesso in bici per quei vicoli ma la realtà attuale è molto distante dai miei ricordi. Avevo impressi nella memoria solo ruderi abbandonati e abitazioni fatiscenti. E ora rivedere il centro storico riqualificato, animato da chiacchiere, bambini che scorrazzano felici e che giocano, persone in fermento e in movimento è stata una sensazione piacevole e accogliente.

 

  1. Quale tra le diverse fotografie scattate per questo reportage ha ottenuto maggior interesse e riscontro da parte della giuria?

La foto che ha riscosso più successo e gradimento è stata una foto per così dire banale, ma di grande impatto. Questa foto ritrae una legnaia improvvisata e proprio lì accanto, i vari contenitori della raccolta differenziata dei rifiuti. Su ognuno era attaccato un cartello con il nome del materiale e tra questi spiccava la scritta in italiano improvvisato “PLASTIKA”. In quel periodo, a Cinquefrondi eravamo ancora agli esordi della raccolta differenziata e noi cittadini avevamo a delle perplessità per quanto riguardava l’organizzazione e la gestione dei rifiuti. L’aspetto esilarante, ma allo stesso tempo importante e sinonimo di civiltà, è stato il modo in cui la comunità straniera aveva organizzato la raccolta, con grande criterio e scrupolo. Questa fotografia è il simbolo del rispetto delle regole civili e sociali da parte di questi immigrati ed è sintomatico del loro slancio volontaristico verso l’integrazione con l’ambiente e il Paese nel quale hanno deciso di vivere per necessità e per lavoro.

Di seguito, alcune delle foto premiate:

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